Archive | July 2014

Di come sono finita qui. Ovvero: come e perché ho scelto di partire per il Giappone.

Credo sia giunto il momento di raccontare cosa mi abbia spinta a tornare all’università a *coff* vent’anni *coff* e dare il via a quest’avventura.

Presi la laurea triennale in Lingue e Culture dell’Asia Orientale nel 2007 e mi iscrissi subito al biennio successivo. Ciononostante, non ero sicura di aver fatto la scelta giusta: non mi sentivo pronta per ricominciare a studiare, non avevo la forza di volontà né la maturità necessarie per mettermi a scrivere una tesi di laurea (una vera, non la paginetta in giapponese che avevo dovuto scrivere per la triennale), volevo vedere cose nuove, viaggiare e fare esperienze. Mi ritirai poco dopo e nel 2009, dopo aver lavorato e messo da parte un po’ di soldi, partii: destinazione Giappone.

bandiera-giapponese (1)

Avevo sempre amato il Giappone, fin da piccola: avevo familiarizzato con le sue stranezze attraverso i manga; apprezzato il fascino della lingua con le canzoni di Ayumi Hamasaki e dei L’Arc~en~Ciel; adorato la letteratura e la filosofia grazie alle lezioni universitarie; mi ero innamorata dei suoi paesaggi e delle sue attrazioni tre anni prima quando, insieme ad alcuni compagni di corso, vi avevo trascorso alcuni mesi, tra poco studio e molti divertimenti. Ma questa nuova esperienza seppe insegnarmi molto di più: imparai a conoscere veramente il paese che avevo sempre amato, nel bene e nel male; iniziai a capire il suo popolo e a comunicare con le sue persone; ebbi la meravigliosa opportunità di vivere a stretto contatto con persone provenienti da ognuno dei cinque continenti e confrontarmi con loro, le mie amiche Y. (taiwanese), K. e S. (coreane) su tutti. Ma soprattutto, potei assaporare pienamente la bellissima sensazione di sentirsi “straniero in terra straniera“. Sì, avete capito bene: adoro vivere in un paese straniero con la consapevolezza che non sono gli altri ad essere diversi, ma sono io; apparire così visibilmente “estranea” e dimostrare di sapermi integrare e adattare alla vita e alle regole altrui, di volerle capire, mi trasmette un senso di serenità. Mi sento semplicemente a mio agio, ed esattamente nel tipo di situazione in cui la maggior parte delle persone tenderebbe a sentirsi a disagio; che ci vogliamo fare, a ognuno il suo.

Quando, a distanza di un anno, tornai in Italia, dovetti scontrarmi con l’immenso vuoto lasciato da quella che era diventata “la mia realtà speciale” e che improvvisamente non lo era più, e non fu facile. Certo, ero felice di poter rivedere la mia famiglia, gli amici e il mio ragazzo, eppure sentivo che mi mancava qualcosa.  Ogni notte sognavo di ritornare a Tokyo, ma non si trattava di “un altro viaggio”; in ogni sogno che facevo venivo in Italia per salutare i miei cari, con la certezza di far ritorno dall’altra parte del mondo di lì a poco, e così facevo. Tornavo sempre, e tornavo sempre nella stessa città, nella stessa casa, allo stesso lavoro part-time, insieme alle stesse persone che mi avevano tenuto compagnia in quei dodici mesi.
L’essermi sentita sempre fuori luogo nel piccolo paese in cui sono nata e cresciuta, l’averlo sempre, per tutta una vita, desiderato abbandonare, senza dubbio non mi fu d’aiuto. Come di certo non aiutarono i numerosi problemi di salute con cui dovetti fare i conti a quel tempo, impossibilitata a dedicarmi a qualsiasi altra cosa.

Mi ci vollero quasi due anni per riprendermi, e fu allora che decisi di partire per Londra. Sentivo che non potevo stare dov’ero, che dovevo tentare qualcosa per dare una svolta alla mia vita, e forse la grande capitale sarebbe potuta essere la scelta ideale.
Così non fu. Amavo Londra, e i pochi mesi che vi trascorsi mi aiutarono a innamorarmi del popolo inglese; tuttavia, c’era qualcosa che non andava. Sentivo la mancanza del mio ragazzo e della mia famiglia come non mi era mai successo prima, e forse iniziavo a rendermi conto che partire per un luogo casuale, per fare un lavoro qualsiasi al solo scopo di mantenermi in vita, nella speranza di poter un giorno “fare di meglio”, non era una scelta così interessante come si mostrava inizialmente. Di certo, non valeva la pena sacrificare tutto per questo.

In quel periodo trovai lavoro in Italia. Non era il lavoro della mia vita, per dirla tutta era un lavoro che non avrei mai voluto fare, ma contavo di liberarmene il prima possibile. La cosa veramente importante era che mi sarei trasferita a vivere con il mio ragazzo, e che questa stabilità avrebbe potuto giovarmi in qualche modo.
Ancora una volta mi sbagliai. Quel lavoro rappresentò per me una croce più grande di quanto sarei mai riuscita a portare sulle spalle, e più le persone che mi circondavano mi dicevano quanto fossi stata fortunata, più mi sembrava di sprofondare in un baratro senza fine.
Il tempo passava, il lavoro sembrava avviarsi sempre più verso qualcosa di duraturo e anche liberarsene non si dimostrò facile come speravo. Per me, che avevo sempre amato scrivere, disegnare, fantasticare su cosa vivesse e che forme avesse l’universo al di là del nostro sistema solare, ritrovarmi a fare un lavoro che mi vedeva ferma in piedi per delle ore a ripetere le stesse parole come un robottino, insieme a colleghi che: “Ma «I miserabili» non era qualcosa tipo… un libro?”, no, quella non poteva essere la vita che mi si prospettava davanti. Non era questo che avevo sempre immaginato. E intanto vedevo i miei amici fare le cose che amavano ed esserne felici, mentre io, ogni giorno che passava, sentivo sempre più di aver fallito tutto nella vita, di aver rovinato tutto e di averlo fatto con le mie mani. Fu un periodo terribile, ero depressa, sempre nervosa, e tutto questo non faceva che minare il rapporto con il mio ragazzo, che si andava via via deteriorando.
Ci pensai a lungo. In quei giorni, mi rifugiavo nei libri, nelle canzoni, nei libri di storia, nelle storie altrui; cercavo di capire cosa non andasse e cosa avrei dovuto correggere. Per almeno dieci anni avevo sempre continuato a dire che avrei voluto lavorare con il giapponese, ma quando mi chiedevano cosa effettivamente avrei voluto fare mi rendevo conto di non avere una risposta concreta. Finalmente la trovai, e mi resi conto di averla sempre avuta davanti agli occhi.

Godzilla_con_la_cartina_geografica_del_Giappone

La foto non c’entra, ma mi sembrava semplicemente divertente. Presa da http://nonciclopedia.wikia.com

A settembre ho ripreso l’università (il biennio magistrale), consapevole che questa sarà la mia ultima possibilità. So che quello che voglio fare richiede impegno, e un bel po’ di studio sul campo; non sarà facile, soprattutto dal punto di vista economico, ma ho scelto di farmi carico di ogni responsabilità e tentare tutto ciò che è in mio potere.
E così ho iniziato a studiare con tutte le mie forze, sono riuscita a superare tutti gli esami del primo anno con il massimo dei voti (cosa inimmaginabile per la me stessa di qualche anno fa), ho partecipato a un bando che proponeva scambi con alcune università giapponesi e sono stata selezionata con il punteggio più alto, e un paio di settimane fa ho ricevuto la conferma di una borsa di studio da parte di un ente giapponese.

Ogni tanto ci ripenso. Ho odiato davvero molto quel lavoro, ogni singolo giorno per me era uno strazio, nemmeno la relativamente buona busta paga riusciva a consolarmi; l’ho odiato così tanto che il mio cervello sembra averlo quasi completamente rimosso, come una macchia cattiva da lavare via. Di una cosa soltanto sono esso grata: di avermi aiutata a crescere e a trovare il coraggio di reagire, di provare a fare quello che davvero voglio fare.
Giusto ieri mi è arrivata la lettera di accettazione da parte dell’università che mi ospiterà. Negli undici mesi che vi trascorrerò, voglio approfondire la lingua moderna, così come studiare la letteratura e la lingua classiche. Da domani, mancheranno soltanto due mesi alla partenza!

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Pronti, partenza… via!

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Immagine liberamente rubata ad alitalia.com

Ed eccoci qui. L’immagine qui sopra parla chiaro, no?
No? Ok, forse no. Per lo meno se non avete mai aperto la pagina del sito di Alitalia che promuove i nuovi voli diretti Venezia-Tokyo…
Ad ogni modo, ora mi sembra chiaro: siamo (chi?) in partenza! 🙂

Non so quanto ho atteso questo momento nella mia vita… O meglio, lo so: lo attendo da marzo del 2010, quando i miei piedi hanno toccato nuovamente il suolo italiano dopo un anno di assenza, senza riuscire a dimenticare mai la sensazione di quell’altro suolo che si erano così abilmente abituati a calpestare. Ad essere sincera, io attendevo semplicemente una bella vacanza, ma la realtà ha voluto offrirmi qualcosa di più. E chi sono io per rifiutare?

E insomma, eccoci qui.
Cos’è? Un altro blog sul Giappone?
Diciamo di sì. Ne esistono così tanti in fondo, perché non dovrebbe esistere anche il mio?

Mancano esattamente due mmamiesi e dieci giorni
alla mia partenza e, passate la fase dell’ansia da “Oddio, e se non gli vado bene?” e quella dell’euforia da “Oddio che bello, quante cose farò in Giappone!!“, sono già entrata nella terza fase. Sì dai, quella che avrete passato tutti se vi è capitato almeno una volta di trasferirvi all’estero per un più o meno lungo periodo di tempo: quella del “No, un attimo, ma io non voglio partire. Chi me l’ha fatto fare di prendere questa decisione? E adesso cosa faccio? E se rinunciassi?“. Ecco, questa.
Ovviamente, non rinuncerò. A conti fatti, questa è la terza volta in vita mia che mi ritrovo a dover attraversare questa fase e so per certo che passerà, sopraffatta da mille nuove emozioni. Nel frattempo, però, non posso fare a meno di sentirmi in ansia, e in colpa, e inadatta, e in difficoltà, e… sicuramente presto passerà. ^_^