Archive | November 2014

Giorni #53 e #54: Il sogno di chi?

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@shjsoul on twitter

Leggevo questo post dedicato a Elizabeth Gilbert e l’ho trovato di grande ispirazione.

Ci siamo mai chiesti perché facciamo quello che facciamo? Stiamo inseguendo il nostro sogno? Stiamo vivendo il sogno di qualcun altro? O ci stiamo semplicemente accontentando?

Tante volte, nella mia vita, mi sono trovata a vivere il sogno di qualcun altro; di recente, soprattutto. Gli altri erano fieri di me e di quello che facevo, io mi sentivo solamente sbagliata. E quando ammettevo di non sentirmi a mio agio, mi vedevo trattata come fossi un’ingrata perché non sapevo accettare le buone occasioni che mi venivano offerte, o peggio, mi sentivo rispondere: “Bisogna sapersi accontentare”.

Davvero è così? Per questo veniamo al mondo? Per accontentarci di quello che la vita ci mette davanti? Per far avverare il sogno di qualcun altro che da solo non ha saputo farlo? Per mettere al mondo altre persone che come noi dovranno continuare ad accontentarsi? Una vita non dura in eterno, è inutile negarlo. E quando saremo vecchi e ripenseremo al nostro passato, rendendoci conto di non aver mai realizzato i nostri desideri, di aver sempre assecondato le persone e le situazioni, cosa penseremo della nostra vita? In nome di cosa avremo sacrificato tanto? Per una vecchiaia serena? La vecchiaia non è che una piccola parte della nostra vita; una parte che solo le esperienze passate possono arricchire.

E allora fermiamoci, e proviamo a pensare: per chi stiamo vivendo? Cosa stiamo facendo? È quello che vogliamo? O è il sogno di qualcun altro?
Nessuno può dirci chi dobbiamo essere e cosa dobbiamo fare; nessuno deve porci dei limiti, solo noi possiamo decidere. Cosa ci fa sentire davvero appagati? Vivere nel proprio sogno non è sempre “gioia”, è spesso anche “dolore”. Per ottenere una cosa, bisogna saperne sacrificare altre mille. Ma voltiamoci indietro e proviamo a pensare a cosa è stata la nostra vita. Come ci siamo sentiti quando inseguivamo un sogno altrui? Gli altri si sentivano appagati, e noi? Come ci siamo sentiti quando abbiamo faticato, ci siamo ridotti a uno straccio e alla fine abbiamo raggiunto il nostro scopo?
Se il nostro obiettivo è quello di accontentare chi ci circonda, nessuno avrà da ridire, possiamo continuare per la nostra strada. Ma se il nostro obiettivo è un altro, possiamo solo inseguirlo. Sarà un cammino lungo e insidioso, ci scontreremo contro mille ostacoli, sbatteremo la testa, cadremo mille volte, ma più grande sarà lo sforzo che compiremo per giungere a destinazione, maggiori saranno la gioia e la soddisfazione che proveremo una volta tagliato il traguardo.

Non esistono un tempo e un luogo ideale, ma solo un “io” ideale, e quello dobbiamo trovarlo da soli e iniziare a costruirlo passo dopo passo.. Non è mai tardi, “tardi” non esiste, è solo un limite che qualcun altro ci vuole imporre. Ma noi non siamo “qualcun altro”. E allora proviamo a pensare a cosa desideriamo, e inoltriamoci lungo il nostro cammino. Forse finiremo col perderci senza giungere mai a destinazione, ma se non partiremo, di sicuro non arriveremo mai.

Questo incoraggiamento è prima di tutto per me.

失ったものはありますか?

それは置いてきたものですか?

後悔をしていますか?

取りに戻る事が出来たらと?

欲しいものはありますか?

それは手の届くものですか?

素直になれていますか?

何故波だはとまらない?

Hai perso qualcosa?

È qualcosa che ti sei lasciato alle spalle?

Ne sei pentito?

Vorresti tornare a riprenderla?

C’è qualcosa che desideri?

È qualcosa che puoi ottenere?

Sei sincero?

Perché le lacrime non si fermano?

(Ayumi Hamasaki, “Love song“)

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Giorni dal #32 al #52: 上智大学際 (Jōchi daigaku sai), o Sophia Festival

È da molto che non scrivo. Non mi sono assolutamente dimenticata dal blog, semplicemente sto trascorrendo tutte le giornate tra università, biblioteca e scrivania della mia stanza, per cui diciamo che non ho nulla di entusiasmante da raccontare. Così, ho deciso che rinuncerò a parlare solo delle mie – attualmente inesistenti – esperienze e cercherò di trattare anche alcune tematiche ispiratemi da ciò che vedo e sento in giro.
Avevo già appuntato sulla mia Moleskine diversi argomenti di cui trattare, ma il tempo non ha giocato a mio favore e alla fine, una settimana fa, è arrivato il giorno del Sophia Festival!

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Ogni anno i campus universitari giapponesi dedicano un weekend alla realizzazione di un festival interamente messo a punto dagli studenti e dai vari club ricreativi cui appartengono. La mia università, che quest’anno ha festeggiato il suo 101esimo compleanno – un secolo e non dimostrarlo affatto! – ha deciso di approfittare della Festa della cultura di lunedì 3 novembre (che in Giappone è  una festività nazionale) per fare ben quattro giorni di festival. Ahimè, ho potuto parteciparvi solo domenica, ma era una vita che desideravo prendere parte a un evento del genere e ne è valsa davvero la pena!

Il festival, come dicevo, è organizzato e tenuto interamente dagli studenti. Sono gli studenti che addobbano, cucinano, prendono parte agli eventi, li presentano, organizzano i giochi, promuovono le attività… trovo di grande ispirazione vedere così tanti ragazzi giovanissimi collaborare tutti insieme con passione per realizzare un evento di così grande portata, al quale faranno visita non solo gli altri studenti, ma anche persone del vicinato, famiglie, curiosi.
Tutte le vie del campus pullulavano di bancarelle di cibo: dai più tradizionali piatti da matsuri giapponese, ai tacos messicani o ai curry wurst tedeschi, fino ai dolci più disparati. Inutile dire che io non potevo mangiare nulla, ma anche solo guardare era una gioia per gli occhi! Tra la folla che si accalcava per le vie si facevano largo studenti urlanti con i loro cartelli, pronti a sponsorizzare l’attività del proprio gruppo, che si trattasse di una bancarella di cibo o di un concerto. E chi si lo dimentica più il ragazzo della bancarella di gelato fritto che urlava come un pazzo tutto presa dalla sua foga… Sono cose che, vi assicuro, almeno una volta nella vita meritano di essere viste!

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Uno dei gruppi che cantavano a cappella. Bravissimi!

Mentre sul palco centrale si alternavano spettacoli di danza, nella aule gli studenti si esibivano in piccoli concerti, organizzavano mercatini e improvvisavano dei piccoli café. Ce n’erano di ogni tipo: quello in stile giapponese, quello delle idol, il café in stile filippino, quello a tema filosofico e quello religioso – perché la mia è pur sempre un’università fondata dai gesuiti, nonché l’unica in Giappone ad avere una facoltà di teologia a indirizzo cattolico (non che la cosa mi faccia fare i salti di gioia, però…). Noi abbiamo scelto il Café del Mandolino, ed è stata proprio una scelta azzeccata! I ragazzi erano tutti bravissimi e anche la scaletta era interessante – senza contare che hanno suonato la mia amata “Moonlight densetsu” e solo per questo potrei amarli in eterno ♡. Durante la pausa abbiamo avuto modo di parlare un po’ con loro e una ragazza, gentilissima, ci ha anche fatto provare il suo mandolino. Ebbene sì, dovevo proprio venire fino in Giappone per provare a suonare il mandolino! Che ironia a volte la vita…
Tra gli altri vari spettacoli cui abbiamo assistito: il concerto del club di musica classica, di cui non mi intendo molto ma che ascolto sempre volentieri, e quello dei gruppi che cantavano a cappella. Quest’ultimo, in particolare , è stato estremamente piacevole, e penso di poter dire lo stesso anche per le mie accompagnatrici.

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Il Café del Mandolino

E con questo, posso dire definitivamente conclusa la mia vita sociale da qui a dicembre – anche se, a dire il vero, avrebbe dovuto concludersi oggi con il festival del dormitorio in cui vivo, peccato fossi chiusa in camera con la febbre.
Non credo avrò grandissime esperienze di vita da raccontare nel corso del mese che seguirà, ma sicuramente mi piacerebbe trattare alcuni dei temi che mi sono annotata nei giorni scorsi. Per cui abbiate fiducia, tornerò presto! (Non che qualcuno ci tenesse, ma insomma…)