Archive | February 2015

Giorni dal #148 al #157: La città dei libri.

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Immagine presa dal web (http://go-jimbou.info/)

Il bello di Tokyo, è che puoi trovare qualunque cosa desideri. Vuoi comprare, vedere, provare qualcosa? Sicuramente troverai il locale o negozio che fa per te, a volte addirittura un intero quartiere. Sì, perché a Tokyo si possono trovare: il quartiere degli otaku e della tecnologia, Akihabara; il quartiere delle mode giovanili, Harajuku; il quartiere delle boutique di lusso, Ginza; il quartiere degli host club, Kabukichō; il quartiere dei pub e delle live house, Shimokitazawa; e via dicendo.
Tra questi, spunta anche Jinbochō, altrimenti conosciuto come “la città dei libri”: con oltre 157 negozi – stando alla mappa della zona raccolta in uno di questi -, si tratta infatti della più grande concentrazione di negozi di libri usati al mondo.

Questa settimana, dopo averne a lungo sentito parlare, mi sono finalmente decisa a fare una visita a Jinbochō.
Appena usciti dalla stazione, dopo una successione di scale che sembra non finire mai – quanto piacciono le scale ai giapponesi! -, ci si ritrova a un incrocio dominato da un convenient store, un drugstore, un ristorante di takoyaki e la sede giapponese della Salvation Army – che da sola potrebbe bastare a farvi fuggire a gambe levate e rinunciare al ben programmato giretto turistico (o almeno questo è l’effetto che ha fatto a me)! Se decidete però di ignorare questa ingombrante presenza – o se semplicemente siete cattolici, o non vi sentite disturbati dalla presenza delle religioni nel mondo (e dalla megalomania dei rappresentanti di alcune di queste) – Jinbochō sarà pronta a regalarvi delle piacevoli sorprese.

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Se a primo impatto può sembrare di trovarsi in una zona di Tokyo come tante altre, con i suoi convenient store e Starbucks a ogni angolo, basta addentrarsi in una delle prime stradine che si incontrano per trovarsi difronte a un interminabile susseguirsi di librerie. Quasi ogni negozio a Jinbochō, quando non si tratta di un ristorante, vende libri! Esistono alcune grandi librerie, così come alcuni “caffè-libreria”, dove ci si può sedere a sorseggiare una bevanda godendosi l’ultimo libro appena comprato; ma ciò che rende realmente caratteristica la zona, sono i piccoli negozi, solitamente a gestione familiare, di libri usati. Le librerie non sono mai generiche – sono così numerose che, se non scelgono di dedicarsi a un tema specifico, rischiano di non crearsi mai un giro di clienti, a favore di una concorrenza maggiormente specializzata. E così troviamo negozi di dizionari, di libri di fotografia, di racconti di viaggio, di letteratura europea o studi sull’occidente, di storia, d’arte, e via dicendo. Si può trovare di tutto: da libri relativamente recenti, a pezzi talmente vissuti che le pagine si sono fatte quasi trasparenti nel tempo. Esiste addirittura un negozio interamente riservato ai libri in italiano!

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Nihon shobou

Personalmente, mi sono innamorata di Nihon shobou: un negozio tanto piccolo, quanto strapieno di libri accatastati in tutti gli angoli e in tutte le posizioni – alla maniera tipicamente giapponese – al punto che se ci si incrocia in due nello stesso corridoio, si è costretti ad abbracciare letteralmente gli scaffali per lasciar passare l’altra persona.
Nihon shobou è una libreria specializzata in letteratura classica, principalmente dei periodi Nara e Heian. Si trovano molti saggi dedicati al mio adorato Genji monogatari – il mio libro preferito, nonché mio argomento di tesi e ricerca – così come alle numerose altre opere di letteratura femminile dell’epoca; ma si trovano anche testi antichissimi, molti dei quali scritti in kanbun (per farla breve, cinese) e completamente logori – e per questo bellissimi!

Ho passato almeno un’ora solo all’interno di questo piccolo paradiso, dal quale avrei voluto portar via ogni cosa. Alla fine, purtroppo, mi sono dovuta accontentare di un paio di volumi soltanto, ma il desiderio di tornare a fargli visita di certo non rimarrà irrealizzato.

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Nihon shobou. Immagine presa dal web (http://go-jimbou.info/)

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Giorni dal #138 al #147: Cosa mi manca dell’Italia, cosa mi mancherà del Giappone.

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Mi chiedo se tutti gli expat si facciano prendere, di tanto in tanto, dalla nostalgia di casa. E se per loro casa è rappresentata dalla nuova patria, chissà se sentono mai nostalgia della vecchia. E ancora, come e quando il concetto di “casa” ha iniziato a rappresentare, non più il paese che ha dato loro i natali, bensì quello che li ospita?

Non me la sento di definirmi expat, dopotutto mi trovo ospite in un paese straniero per non più di una decina di mesi. Eppure, mi rendo conto di essere cambiata moltissimo rispetto al passato.
Cinque anni fa, quando feci la mia prima esperienza di un anno in Giappone, mi sentivo come se avessi trovato per la prima volta il mio posto nel mondo. Per la prima volta, il mio modo di pensare e agire trovava riscontro nel comportamento altrui; per la prima volta in vita mia, mi trovavo in un posto da cui non sarei mai voluta andarmene. La nostalgia verso la madrepatria non mi toccò nemmeno per un giorno a quel tempo, tutto ciò che desideravo era rimanere lì, e quando fui costretta a tornare lo vissi come un trauma (di cui ho già parlato ampiamente in un vecchio post).

Oggi non sono più così. So che casa, per me, è da un’altra parte; so che quella che sto vivendo è un’esperienza a breve termine, e sono felice che sia così. Eppure so anche che, quando ad agosto lascerò definitivamente questo paese, ne sentirò terribilmente la mancanza.
E allora cos’è casa per me? Qual è la mia casa? L’Italia, risponderei così su due piedi. Ma se dovessi scegliere un luogo preciso, non sarebbe il paesino in cui sono nata e cresciuta – e in cui sempre, SEMPRE, continuerò a sentirmi fuori luogo – e nemmeno Treviso, la città in cui attualmente (togliendo questa parentesi nipponica) vivo. Quando dico Italia, io penso a Venezia. Una città in cui ho vissuto per alcuni anni, e che continuo a frequentare ora che ho ripreso gli studi; una città che non ho mai amato completamente, che mi ha spesso indignata, fatta arrabbiare, giocato a tira e molla con i miei sentimenti divisi tra odio assoluto e amore incondizionato. Una città che altro non è se non una culla di ricordi, che mi ha vista crescere, cambiare, e crescere ancora. Eppure non posso rimanere del tutto indifferente a Tokyo, perché anche lei mi ha vista maturare e fare delle scelte importanti. Ha assistito alla mia trasformazione come una muta osservatrice e, nel fare questo, si è presa un pezzo della mia anima. Ma osservatrice lo è stata, nel suo piccolo, anche Londra. Nonostante non vi abbia trascorso che pochi mesi, mi ha stretta fra le sue grandi e accoglienti braccia mentre prendevo coscienza di me e compivo una delle mie scelte più importanti.

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E allora, cos’è per me “casa”? Un luogo in cui ho vissuto e che, in qualche modo, tiene stretta una parte di me. Un luogo del quale a lungo andare potrei stancarmi, ma che quando sarò lontana farà sempre sentire la sua mancanza. Un luogo in cui vorrò sempre tornare; e quando lo farò, sarà come non essermene mai andata.
Forse dovrei accettare di non averne una soltanto. O per lo meno, non nel senso lato della parola; perché alla fine ci sarà sempre un luogo che urlerà “casa” più di qualunque altro. Un po’ come avere la propria dimora ufficiale e una o più residenze per le vacanze: tutte sono un po’ casa, ma una lo è più delle altre, ed è quella che conosce più cose di te.

Ma casa, dicevo, manca. Manca l’Italia, oggi; mancherà il Giappone, domani.

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E’ bellissimo, ammettetelo!

 

Cosa mi manca, dunque, dell’Italia?
Gli affetti, ovviamente. L’allegria della, la capacità di sdrammatizzare (quando manca quella di lamentarsi XD), la genuinità delle persone, la spontaneità, l’accoglienza. Sentir parlare la mia lingua – che considererò sempre la più bella del mondo -, il fascino delle calli e dei campi di Venezia, le passeggiate per Treviso la sera. Mi manca mangiare – no, non nel senso di “mi manca la cucina italiana”, la adoro ma non sono una di quelli che non possono viverne senza; nel senso che, da celiaca, qui ho grosse difficoltà a trovare cose adatte a me per cui finisco per mangiare sempre la stessa cosa. Ma mi mancano anche cose molto più semplici e banali, come la mitica accoppiata divano e copertina la sera, i programmi di Alberto Angela in tv, il riscaldamento in inverno, le mie cose sempre a portata di mano (eh beh, un po’ di sano materialismo ci sta sempre!).

E cosa mi mancherà del Giappone?
A livello quotidiano, senza dubbio, le più disparate comodità: i treni numerosi e (più o meno) sempre puntuali, i convenient store (ma anche alcuni supermercati) aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, i distributori automatici situati un po’ ovunque, la Suica – che potremmo definire l’equivalente nipponico della Oyster card inglese, solo che con la Suica non solo sali sui mezzi, la puoi usare anche ai distributori automatici, ai coin locker in stazione, per pagare nei negozi, probabilmente ti mette a letto e ti rimbocca pure le coperte se glielo chiedi. Ma del Giappone mi mancheranno anche la gentilezza – spesso impacciata – delle persone, la loro disponibilità, il gracchiare dei corvi la mattina, la pulizia nei luoghi pubblici, quel senso – un po’ disturbato – dell’ordine tipicamente giapponese che mi fa sorridere ogni volta. Mi mancherà poter passare, nel giro di pochi minuti, da centri estremamente moderni e pullulanti di grattacieli e insegne luminose, a quartieri antichi da cui traspaiono tutto il fascino, la bellezza e la spiritualità dell’antico Giappone. Mi mancherà, tantissimo, poter passeggiare per strada da sola dopo la mezzanotte sapendo di non correre alcun pericolo.

Il bello di viaggiare e vivere all’estero è conoscere cose che un tempo ignoravamo; il brutto, è che una volta che quelle cose le avrai fatte tue, sarà sempre più dura allontanarsene. Proprio come quando ce ne andiamo di casa per la prima volta, con il cuore colmo di paure e incertezze.

Tutto questo (lunghissimo e noiosissimo post) per dire che ho comprato un biglietto per tornare in Italia! Non definitivamente, ovvio, ma soltanto per una breve vacanza, dato che l’anno accademico si è concluso il mese scorso e le lezioni non riprenderanno prima di aprile. Sarò in Italia dal 6 al 21 marzo. Spero di ricaricare le batterie al massimo in quei giorni!

A presto.

Giorni dal #134 al #138: L’altro volto dei giapponesi

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Come ve li immaginate i giapponesi?

Composti, educati, ordinati, gentili, non troppo rumorosi… scommetto che almeno uno di questi aggettivi vi è passato per la testa. Quando si pensa a città come Tokyo, le prime cose che vengono in mente sono quasi sempre l’incredibile sicurezza delle strade, l’efficienza dei commessi nei negozi o le file ordinate davanti ai ristoranti o per salire sui mezzi di trasporto. Nessuno fuori posto, nessuno che fa rumore, nessuno che si lamenta, nessuno che spicca dal gregge. Ma poi scende la notte, e anche i giapponesi, come lupi mannari davanti alla luna piena, si trasformano. Perché il sabato sera si lascia alle spalle una dura settimana di lavoro e, con essa, anche la famosa compostezza nipponica!

Ai giapponesi, si sa, piace bere. Ma quello che si sa è anche, e soprattutto, che la maggior parte di loro non regge l’alcol. E così capita di trovarsi a passeggiare per le strade principali di Tokyo il sabato sera e vedere ad ogni angolo gente letteralmente devastata: persone che cantano, ballano, schiamazzano, ma anche individui che, verdi dalla nausea, si ritirano in un angolo (non sempre così nascosto ahimè) a dar sfogo al proprio malessere o che, addirittura, si addormentano ai bordi della strada. Sono proprio questi ultimi coloro che di solito “animano” le vie delle grandi città giapponesi all’alba: quelli che, per volere o per cause di forza maggiore – dette anche: totale incapacità di alzarsi e tornare a casa prima dell’ultimo treno -, giacciono come cadaveri sui marciapiedi dalla sera precedente.

Ma non sarò io a parlarvi di questo “nuovo” volto dei giapponesi – anzi, diciamo pure che ho parlato fin troppo! -, lascerò invece la parola a qualcuno più bravo di me, al suo bellissimo post e alle sue bellissime foto.

Simone vive a Osaka, ed è qui che hanno origine i suoi scatti. Osaka non è Tokyo, certo, ma i giapponesi del sabato sera sono gli stessi ovunque. Vi invito allora a seguire questo link e buona lettura! 😉 A presto.

PS: Auguro un buon Setsubun a tutti! Fuori i demoni e dentro la fortuna!

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