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Giorni dal #148 al #157: La città dei libri.

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Immagine presa dal web (http://go-jimbou.info/)

Il bello di Tokyo, è che puoi trovare qualunque cosa desideri. Vuoi comprare, vedere, provare qualcosa? Sicuramente troverai il locale o negozio che fa per te, a volte addirittura un intero quartiere. Sì, perché a Tokyo si possono trovare: il quartiere degli otaku e della tecnologia, Akihabara; il quartiere delle mode giovanili, Harajuku; il quartiere delle boutique di lusso, Ginza; il quartiere degli host club, Kabukichō; il quartiere dei pub e delle live house, Shimokitazawa; e via dicendo.
Tra questi, spunta anche Jinbochō, altrimenti conosciuto come “la città dei libri”: con oltre 157 negozi – stando alla mappa della zona raccolta in uno di questi -, si tratta infatti della più grande concentrazione di negozi di libri usati al mondo.

Questa settimana, dopo averne a lungo sentito parlare, mi sono finalmente decisa a fare una visita a Jinbochō.
Appena usciti dalla stazione, dopo una successione di scale che sembra non finire mai – quanto piacciono le scale ai giapponesi! -, ci si ritrova a un incrocio dominato da un convenient store, un drugstore, un ristorante di takoyaki e la sede giapponese della Salvation Army – che da sola potrebbe bastare a farvi fuggire a gambe levate e rinunciare al ben programmato giretto turistico (o almeno questo è l’effetto che ha fatto a me)! Se decidete però di ignorare questa ingombrante presenza – o se semplicemente siete cattolici, o non vi sentite disturbati dalla presenza delle religioni nel mondo (e dalla megalomania dei rappresentanti di alcune di queste) – Jinbochō sarà pronta a regalarvi delle piacevoli sorprese.

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Se a primo impatto può sembrare di trovarsi in una zona di Tokyo come tante altre, con i suoi convenient store e Starbucks a ogni angolo, basta addentrarsi in una delle prime stradine che si incontrano per trovarsi difronte a un interminabile susseguirsi di librerie. Quasi ogni negozio a Jinbochō, quando non si tratta di un ristorante, vende libri! Esistono alcune grandi librerie, così come alcuni “caffè-libreria”, dove ci si può sedere a sorseggiare una bevanda godendosi l’ultimo libro appena comprato; ma ciò che rende realmente caratteristica la zona, sono i piccoli negozi, solitamente a gestione familiare, di libri usati. Le librerie non sono mai generiche – sono così numerose che, se non scelgono di dedicarsi a un tema specifico, rischiano di non crearsi mai un giro di clienti, a favore di una concorrenza maggiormente specializzata. E così troviamo negozi di dizionari, di libri di fotografia, di racconti di viaggio, di letteratura europea o studi sull’occidente, di storia, d’arte, e via dicendo. Si può trovare di tutto: da libri relativamente recenti, a pezzi talmente vissuti che le pagine si sono fatte quasi trasparenti nel tempo. Esiste addirittura un negozio interamente riservato ai libri in italiano!

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Nihon shobou

Personalmente, mi sono innamorata di Nihon shobou: un negozio tanto piccolo, quanto strapieno di libri accatastati in tutti gli angoli e in tutte le posizioni – alla maniera tipicamente giapponese – al punto che se ci si incrocia in due nello stesso corridoio, si è costretti ad abbracciare letteralmente gli scaffali per lasciar passare l’altra persona.
Nihon shobou è una libreria specializzata in letteratura classica, principalmente dei periodi Nara e Heian. Si trovano molti saggi dedicati al mio adorato Genji monogatari – il mio libro preferito, nonché mio argomento di tesi e ricerca – così come alle numerose altre opere di letteratura femminile dell’epoca; ma si trovano anche testi antichissimi, molti dei quali scritti in kanbun (per farla breve, cinese) e completamente logori – e per questo bellissimi!

Ho passato almeno un’ora solo all’interno di questo piccolo paradiso, dal quale avrei voluto portar via ogni cosa. Alla fine, purtroppo, mi sono dovuta accontentare di un paio di volumi soltanto, ma il desiderio di tornare a fargli visita di certo non rimarrà irrealizzato.

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Nihon shobou. Immagine presa dal web (http://go-jimbou.info/)

Giorni #1 e #2: Da Tokyo.

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19 settembre, ore 8:40. L’aereo atterra con un’ora di anticipo. Sono in Giappone.

Il viaggio è andato. Male. Parecchio male. I miei vicini di posto erano una coppia italiana che stava andando in viaggio di nozze e no, non erano loro il problema, li ho trovati anzi piuttosto simpatici. Ma io mi chiedo… chi è quel genio che ha pensato che i sedili dell’aereo debbano avere un poggiatesta sporgentissimo, tanto da costringerti a rimanere con la testa piegata in giù? Dopo due ore avevo già mal di testa, non vi dico dopo dodici: i miei cervicali non avevano preso fuoco, di più. Ho passato l’intero viaggio in preda a un dolore lancinante che mi provocava addirittura nausea, e inutile dire che non sono riuscita a dormire nemmeno cinque minuti. Il bello è che questi simpatici poggia testa non ci sono sui sedili della prima classe. Volete forse dirmi che è la punizione per essere così pezzenti da aver scelto la economy? Bah, un ringraziamento speciale va comunque alla cinquantenne giappina che, arrivati a destinazione e senza che io le chiedessi niente, dopo aver tirato giù il suo bagaglio dalla cappelliera ha fatto lo stesso con il mio. Grazie giappina!

Come dicevo, sono in Giappone – e i miei cervicali ringraziano per potersi finalmente rilassare su un collo dritto!

Incontro quasi subito Sae, la ragazza incaricata di venirmi a prendere all’aeroporto. Spediamo la valigia, compriamo qualcosa da mangiare e ripartiamo. Sae studia inglese, è una ragazza semplice e piacevole, spero di rincontrarla presto.

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Il viale che porta dal dormitorio alla stazione

Al dormitorio arrivo insieme a una ragazza francese e la responsabile ci porta subito a vedere le stanze e le varie zone: cucina, lavanderia, docce, sala comune, mensa, ecc. Fortuna – che non manca mai! – vuole che appena apriamo la porta di camera mia troviamo nientemeno che… un simpatico scarafaggio morto ad attenderci all’ingresso! “Hohoho, voleva darti il benvenuto!”, commenta la tizia. Eh, grazie… Per fortuna era morto. Nota a me stessa: ricordarsi di comprare l’arma (lo spray anti-mostri)!

In ogni caso, i miei sogni di riposarmi un’oretta per poi andare a far compere a Shibuya vengono interrotti non appena metto piede nel dormitorio. “Alle 18 ci sarà l’orientamento.” Evviva! – cogliete il sarcasmo, vi prego – Così, mollo la valigia, mi do una lavata veloce ed esco.

 Venti minuti di passeggiata fino alla stazione – urge comprare una bicicletta! – la zona in cui vivo è un’area residenziale piuttosto ricca, le persone che vi abitano sono tutte benestanti e hanno case bellissime, attraversare il viale alberato è un piacere per gli occhi! Poi la metro, il cambio con il treno della mia Inokashira (la linea che prendevo nel 2009 e che non mi abbandona mai , e neanche tutta la gente che l’affolla…), una rampa di scale – scale in Giappone? Quando mai! – ed eccola lì… Shibuya!

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Uno squarcio del famoso incrocio di Shibuya, anche se non rende molto

Shibuya, quartiere di controversie. Gli amanti della moda e della cultura popolare giapponesi la amano, i turisti ne restano colpiti, chi vive a Tokyo spesso tende a odiarla. Per me è solo un po’ casa. Non perché la ami profondamente di per sé, ma perché nella mia prima visita in Giappone – nel 2006 – era il quartiere in cui studiavo, e nella seconda – nel 2009 – quello in cui studiavo e lavoravo. Quasi tutta la mia vita in terra nipponica, volente o nolente, l’ho passata a Shibuya, e proprio per questo non può che restare nel cuore. E il cuore batte forte, un turbinio di emozioni: paura, ansia, rimorsi di coscienza, gioia, speranza.

La prima tappa ovviamente è LUI! Immancabile.

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Il Loft non è altro che il paese delle meraviglie, un *non mi ricordo quanti* piani di gioia e soldi che se ne vanno e che tu lanci via con profondo amore e convinzione: il piano della cancelleria (e a me basta quello per vivere), quello di cose per la cucina, di mobili e arredamenti vari per la casa, di trucchi e accessori, di gioielleria, di cose inutili ma talmente inutili che se non le vedi non ci credi, ecc. Insomma, è il luogo in cui voglio andare a vivere! Purtroppo sono di fretta e mi accontento del reparto cancelleria, il mio preferito.

E allora esco e mi avvio alla ricerca delle cose che mi serve comprare. Che strana sensazione… Trovarmi in una città straniera, così lontana e così diversa, affollata, caotica, in continuo mutamento, una città così, che non visito da diversi anni, eppure sentirmi come se non l’avessi mai lasciata. Percorrere le sue strade senza la minima esitazione, sapendo esattamente dove andare e cosa fare, rivedendo un qualche negozio dopo tanto e non provare nemmeno nostalgia, come se quei cinque anni lontana non ci fossero mai stati, come se avessi continuato a vederlo ogni giorno da allora.
Amo questo paese. Amo questa città.

Oggi mi sono dedicata invece alle valigie e all’esplorazione del quartiere in cui vivo. È una zona tranquilla e piacevole, credo proprio che mi ci affezionerò presto.

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Un angolo del vicinato del dormitorio in cui vivo

Sono qui, la mia avventura sta finalmente avendo inizio!