Giorni dal #55 al #87: E intanto in Giappone…

…è arrivato l’autunno…

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…e anche il Natale (e con lui l’inverno)!

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Un’infelice panoramica dell’ingresso del dormitorio in cui vivo

Mi sono assentata dal blog per un po’, lo so e chiedo scusa; è stato davvero un periodaccio…

Ma gli esami di metà semestre sono finalmente andati (bene) e la certificazione linguistica pure (un po’ meno bene), così questa settimana per festeggiare ho deciso di concedermi un appuntamnento con il mio amico immaginario! È una brava persona: simpatico, per niente invadente, gli piacciono le stesse cose che piacciono a me, e non ha da ridire quando faccio qualcosa che ad altri potrebbe annoiare o dar fastidio. Insomma, c’è chi per sfogare lo stress ha bisogno della compagnia e chi, come la sottoscritta, sente la necessità di stare tra sé e i suoi pensieri.

Così mi sono fatta qualche oretta di passeggiata e shopping tra le strade di Shibuya e Harajuku. Da quando sono arrivata a Tokyo a settembre, non ci sono quasi mai passata per questi quartieri, e pensare che un tempo ero sempre qui. Devo ammettere che non mi fanno più lo stesso effetto: una volta mi sembravano il centro del mondo, oggi li vedo soltanto come un’accozzaglia di cose e persone e tanta, tanta confusione. Certo, curiosi e interessanti, ottimi per lo shopping, ma nulla di più. Commesse dalla voce stridula che urlano da una parte all’altra della strada, musica a volumi improbabili che esce dai negozi, sconosciuti che ti rincorrono per chiederti di prestarti come modella per il loro studio (sì, succede; e sì, mi è successo proprio quel giorno), gente che entra ed esce da ogni dove, e ancora gente, gente, gente, gente…

Amo le città affollate, adoro quella sensazione che si prova stando lì, in mezzo a milioni di persone, sentendosi come se si fosse completamente liberi e distaccati da tutto ciò che ci circonda, perché in fondo è proprio così: nessuno ti guarda, nessuno sa chi sei, nessuno si cura di te. A meno che tu non sia a Shibuya o ad Harajuku, centri della moda giovanile tokyota.

Che dire, succede anche questo. Gli anni passano, si cambia; probabilmente mi stupirebbe maggiormente il sentirmi ancora attratta da luoghi come questi. E non perché improvvisamente ne sia  diventata intollerante, ma semplicemente perché per me non rappresentano più “casa”, come avrebbero potuto fare un tempo.

E poi ci sono sempre le eccezioni…

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Ebbene sì, Sailor Moon, il mio idolo fin da quando ero bambina!

Da domani avrà inizio una nuova settimana e si ritornerà sui libri, questa volta con il pensiero fisso sulla tesi e i miei progetti di ricerca futuri. Inoltre, tra una settimana sarà qui il mio ragazzo, e questo vorrà dire andare in giro a riscoprire un po’ alla volta la Tokyo che ho dimenticato. Sicuramente troverò molti spunti interessanti per il blog, per cui aspettatemi qui buoni buoni! 😉

E ora vi saluto e torno a studiare, ma non prima di avervi presentato i miei nuovi compagni di “giochi”:

Tadaaan! Buono studio a me!

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Giorni #53 e #54: Il sogno di chi?

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@shjsoul on twitter

Leggevo questo post dedicato a Elizabeth Gilbert e l’ho trovato di grande ispirazione.

Ci siamo mai chiesti perché facciamo quello che facciamo? Stiamo inseguendo il nostro sogno? Stiamo vivendo il sogno di qualcun altro? O ci stiamo semplicemente accontentando?

Tante volte, nella mia vita, mi sono trovata a vivere il sogno di qualcun altro; di recente, soprattutto. Gli altri erano fieri di me e di quello che facevo, io mi sentivo solamente sbagliata. E quando ammettevo di non sentirmi a mio agio, mi vedevo trattata come fossi un’ingrata perché non sapevo accettare le buone occasioni che mi venivano offerte, o peggio, mi sentivo rispondere: “Bisogna sapersi accontentare”.

Davvero è così? Per questo veniamo al mondo? Per accontentarci di quello che la vita ci mette davanti? Per far avverare il sogno di qualcun altro che da solo non ha saputo farlo? Per mettere al mondo altre persone che come noi dovranno continuare ad accontentarsi? Una vita non dura in eterno, è inutile negarlo. E quando saremo vecchi e ripenseremo al nostro passato, rendendoci conto di non aver mai realizzato i nostri desideri, di aver sempre assecondato le persone e le situazioni, cosa penseremo della nostra vita? In nome di cosa avremo sacrificato tanto? Per una vecchiaia serena? La vecchiaia non è che una piccola parte della nostra vita; una parte che solo le esperienze passate possono arricchire.

E allora fermiamoci, e proviamo a pensare: per chi stiamo vivendo? Cosa stiamo facendo? È quello che vogliamo? O è il sogno di qualcun altro?
Nessuno può dirci chi dobbiamo essere e cosa dobbiamo fare; nessuno deve porci dei limiti, solo noi possiamo decidere. Cosa ci fa sentire davvero appagati? Vivere nel proprio sogno non è sempre “gioia”, è spesso anche “dolore”. Per ottenere una cosa, bisogna saperne sacrificare altre mille. Ma voltiamoci indietro e proviamo a pensare a cosa è stata la nostra vita. Come ci siamo sentiti quando inseguivamo un sogno altrui? Gli altri si sentivano appagati, e noi? Come ci siamo sentiti quando abbiamo faticato, ci siamo ridotti a uno straccio e alla fine abbiamo raggiunto il nostro scopo?
Se il nostro obiettivo è quello di accontentare chi ci circonda, nessuno avrà da ridire, possiamo continuare per la nostra strada. Ma se il nostro obiettivo è un altro, possiamo solo inseguirlo. Sarà un cammino lungo e insidioso, ci scontreremo contro mille ostacoli, sbatteremo la testa, cadremo mille volte, ma più grande sarà lo sforzo che compiremo per giungere a destinazione, maggiori saranno la gioia e la soddisfazione che proveremo una volta tagliato il traguardo.

Non esistono un tempo e un luogo ideale, ma solo un “io” ideale, e quello dobbiamo trovarlo da soli e iniziare a costruirlo passo dopo passo.. Non è mai tardi, “tardi” non esiste, è solo un limite che qualcun altro ci vuole imporre. Ma noi non siamo “qualcun altro”. E allora proviamo a pensare a cosa desideriamo, e inoltriamoci lungo il nostro cammino. Forse finiremo col perderci senza giungere mai a destinazione, ma se non partiremo, di sicuro non arriveremo mai.

Questo incoraggiamento è prima di tutto per me.

失ったものはありますか?

それは置いてきたものですか?

後悔をしていますか?

取りに戻る事が出来たらと?

欲しいものはありますか?

それは手の届くものですか?

素直になれていますか?

何故波だはとまらない?

Hai perso qualcosa?

È qualcosa che ti sei lasciato alle spalle?

Ne sei pentito?

Vorresti tornare a riprenderla?

C’è qualcosa che desideri?

È qualcosa che puoi ottenere?

Sei sincero?

Perché le lacrime non si fermano?

(Ayumi Hamasaki, “Love song“)

Giorni dal #32 al #52: 上智大学際 (Jōchi daigaku sai), o Sophia Festival

È da molto che non scrivo. Non mi sono assolutamente dimenticata dal blog, semplicemente sto trascorrendo tutte le giornate tra università, biblioteca e scrivania della mia stanza, per cui diciamo che non ho nulla di entusiasmante da raccontare. Così, ho deciso che rinuncerò a parlare solo delle mie – attualmente inesistenti – esperienze e cercherò di trattare anche alcune tematiche ispiratemi da ciò che vedo e sento in giro.
Avevo già appuntato sulla mia Moleskine diversi argomenti di cui trattare, ma il tempo non ha giocato a mio favore e alla fine, una settimana fa, è arrivato il giorno del Sophia Festival!

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Ogni anno i campus universitari giapponesi dedicano un weekend alla realizzazione di un festival interamente messo a punto dagli studenti e dai vari club ricreativi cui appartengono. La mia università, che quest’anno ha festeggiato il suo 101esimo compleanno – un secolo e non dimostrarlo affatto! – ha deciso di approfittare della Festa della cultura di lunedì 3 novembre (che in Giappone è  una festività nazionale) per fare ben quattro giorni di festival. Ahimè, ho potuto parteciparvi solo domenica, ma era una vita che desideravo prendere parte a un evento del genere e ne è valsa davvero la pena!

Il festival, come dicevo, è organizzato e tenuto interamente dagli studenti. Sono gli studenti che addobbano, cucinano, prendono parte agli eventi, li presentano, organizzano i giochi, promuovono le attività… trovo di grande ispirazione vedere così tanti ragazzi giovanissimi collaborare tutti insieme con passione per realizzare un evento di così grande portata, al quale faranno visita non solo gli altri studenti, ma anche persone del vicinato, famiglie, curiosi.
Tutte le vie del campus pullulavano di bancarelle di cibo: dai più tradizionali piatti da matsuri giapponese, ai tacos messicani o ai curry wurst tedeschi, fino ai dolci più disparati. Inutile dire che io non potevo mangiare nulla, ma anche solo guardare era una gioia per gli occhi! Tra la folla che si accalcava per le vie si facevano largo studenti urlanti con i loro cartelli, pronti a sponsorizzare l’attività del proprio gruppo, che si trattasse di una bancarella di cibo o di un concerto. E chi si lo dimentica più il ragazzo della bancarella di gelato fritto che urlava come un pazzo tutto presa dalla sua foga… Sono cose che, vi assicuro, almeno una volta nella vita meritano di essere viste!

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Uno dei gruppi che cantavano a cappella. Bravissimi!

Mentre sul palco centrale si alternavano spettacoli di danza, nella aule gli studenti si esibivano in piccoli concerti, organizzavano mercatini e improvvisavano dei piccoli café. Ce n’erano di ogni tipo: quello in stile giapponese, quello delle idol, il café in stile filippino, quello a tema filosofico e quello religioso – perché la mia è pur sempre un’università fondata dai gesuiti, nonché l’unica in Giappone ad avere una facoltà di teologia a indirizzo cattolico (non che la cosa mi faccia fare i salti di gioia, però…). Noi abbiamo scelto il Café del Mandolino, ed è stata proprio una scelta azzeccata! I ragazzi erano tutti bravissimi e anche la scaletta era interessante – senza contare che hanno suonato la mia amata “Moonlight densetsu” e solo per questo potrei amarli in eterno ♡. Durante la pausa abbiamo avuto modo di parlare un po’ con loro e una ragazza, gentilissima, ci ha anche fatto provare il suo mandolino. Ebbene sì, dovevo proprio venire fino in Giappone per provare a suonare il mandolino! Che ironia a volte la vita…
Tra gli altri vari spettacoli cui abbiamo assistito: il concerto del club di musica classica, di cui non mi intendo molto ma che ascolto sempre volentieri, e quello dei gruppi che cantavano a cappella. Quest’ultimo, in particolare , è stato estremamente piacevole, e penso di poter dire lo stesso anche per le mie accompagnatrici.

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Il Café del Mandolino

E con questo, posso dire definitivamente conclusa la mia vita sociale da qui a dicembre – anche se, a dire il vero, avrebbe dovuto concludersi oggi con il festival del dormitorio in cui vivo, peccato fossi chiusa in camera con la febbre.
Non credo avrò grandissime esperienze di vita da raccontare nel corso del mese che seguirà, ma sicuramente mi piacerebbe trattare alcuni dei temi che mi sono annotata nei giorni scorsi. Per cui abbiate fiducia, tornerò presto! (Non che qualcuno ci tenesse, ma insomma…)

Giorni #26 #27 #28 #29 #30 #31: 曇りのち、快晴。

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La vista dal terrazzo di una delle mense della mia università in una bella giornata di sole

Stamattina me ne stavo sdraiata sul letto, in attesa dell’ispirazione per alzarmi, e ascoltavo i suoni che provenivano da fuori. È così che mi sono resa conto, per la prima volta da quando sono qui, di non aver mai sentito i corvi.
Per me è sempre stata una prerogativa della vita in questo paese: la mattina alle cinque e mezza la stanza è illuminata a giorno e i corvi si danno al pazzo gracchiare. Ma quest’anno, in questo luogo, sembra non essere così. A ben pensarci mi è anche capitato piuttosto di rado di vederne, forse solo una o due volte. Eppure ricordo scene oltre il limite dell’incredibile dalle mie passate esperienze.
Che strano, sembra che questa volta sia davvero tutto diverso. O per lo meno, sembra che così voglia apparire ai miei occhi. La mia mente, forse troppo deviata a causa dei film Disney e di Sailor Moon, preferisce interpretarlo come un segno.

曇りのち、快晴 (Kumori nochi, kaisei) è il titolo di questo post. Non doveva essere questo inizialmente, volevo scegliere un titolo che celebrasse il mio primo mese in Giappone – che si compie proprio oggi – ma come mi sono messa a scrivere, le parole sono affiorate alla mia mente e ho pensato che rispecchiassero perfettamente il mio stato d’animo.
Kumori nochi, kaisei” significa letteralmente: “Dopo le nuvole, il sereno“. In Giappone c’è anche una canzone che porta questo titolo, e dentro di me ho subito iniziato a canticchiarne il testo:

Ora stai superando impacciata
giorni pieni di rimorsi,
ma domani soffierà un vento diverso da quello di oggi

Sbatti i piedi!
Cambia i giorni che si limitano ha scorrerti davanti
nel “presente” che sogni,
se provi a fare un passo avanti anche il paesaggio cambierà
la tua felicità è nelle tue mani

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Un piccolo scorcio del solitamente nascosto Monte Fuji, anche se quel giorno era ancora privo della sua classica cima innevata

Quest’ultima settimana sembra aver desiderato lavorare con tutte le sue forze per darmi una piccola spinta. In questi giorni fatti di cielo sereno, sfoghi e riposo, incontri più o meno programmati e belle notizie, ho l’impressione di aver finalmente capito l’errore che stavo commettendo: ossessionata dal pensiero di dover portare a termine con successo il mio scopo, stavo invece rischiando di perderlo di vista.
Ora so che devo prendere le cose più a cuor leggero, anche se essendo tendenzialmente ansiosa per natura non sarà certo facile, e forse anche questo blog – che stava colando a picco negli abissi della noia – potrà finalmente riprendersi. ^^

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Una piccola festa di compleanno improvvisata ^_^

Chiedo scusa a tutti i miei lettori.

A presto!

Giorni #21 #22 #23 #24 #25: Doveva essere un post sul Tokyo National Museum…

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Tokyo National Museum

Quasi un’altra settimana è trascorsa. Tra università e preparazione per la certificazione linguistica, devo ammettere che la mia quotidianità non è poi così avvincente. Sto facendo progressi però: il primo test in classe è andato alla grande e la mia testa si sta finalmente sistemando per bene sulle spalle dove dovrebbe stare.

Sabato, V. – la mia compagna di banco russa – mi ha invitata ad andare con lei al Tokyo National Museum. Il museo aveva decretato questo giorno come il 留学生の日 (ryūgakusei no hi, il giorno degli studenti stranieri): bastava presentare il tesserino studentesco allo sportello e ti davano un adesivo da attaccare sul petto con il quale era possibile entrare gratuitamente.
Ero già stata a questo museo una volta nel lontano 2006, e poi ancora nel 2009, ma è molto interessante e le collezioni cambiano spesso; e poi non si dice mai di noi a un ingresso gratis a un museo!

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Lettere in giapponese antico, un giorno riuscirò a leggervi!

Non ricordo con esattezza quando ho iniziato ad appassionarmi al Giappone classico, ma è stato senza dubbio in tempi recenti.
Da bambina, molto banalmente, ho iniziato a interessarmi a questo paese attraverso i manga. E proprio i manga, devo ammetterlo, mi hanno cambiato la vita: grazie a loro ho iniziato a disegnare e a scoprire pian piano questo paese lontano e così affascinante – ricordo che alle medie tenevo un piccolo quaderno dove raccoglievo tutti i ritagli di giornali, foto, informazioni e curiosità riguardanti il Giappone. A ben pensarci, quel quaderno lo conservo ancora.

Dopo i manga arrivò il jpop, la musica pop giapponese. Ricordo ancora le prime due canzoni che ascoltai, scaricate completamente a caso da internet: “The peace!” delle Morning musume e “First love” di Hikaru Utada  – che, ricordiamolo, ha da poco sposato un italiano di dieci anni più giovane di lei.
E poi arrivò lei: Ayumi Hamasaki, la popstar giapponese per antonomasia, lei nelle cui parole riuscivo sempre a ritrovare me stessa; lei grazie alla quale, spinta dal desiderio di poter comprendere alla perfezione i bei testi delle sue canzoni, che fino a quel momento avevo soltanto trovato tradotte in inglese in giro per la rete, ho finalmente scelto di studiare giapponese. Grazie a lei, ho scoperto la bellezza e l’eleganza di questa lingua meravigliosa; grazie alla musica giapponese, ho conosciuto il ragazzo con cui sto da nove lunghi anni.
Ad oggi, il mio interesse per la musica giapponese è quasi del tutto svanito, lasciando solo lei: lei che continua a tenermi compagnia con la sua musica e le sue parole, lei che è una fonte d’ispirazione senza pari, lei che ho visto in concerto e mi ha emozionata tantissimo, lei che ho avuto modo di conoscere di persona e che ha fatto per me una cosa che mai mi sarei potuta aspettare.
Non sono una persona costante, i miei interessi tendono a cambiare continuamente e anche in questo caso è stato lo stesso, solo una cosa non è mai cambiata nella mia vita: l’amore incondizionato per il Giappone, sempre a fare da sfondo a ogni mia passione.

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Alcuni dei kimono

Ma quando ho iniziato a interessarmi al Giappone antico? Di certo l’università mi è stata molto d’aiuto: mi ha fatta appassionare alla lingua, innamorare del mio libro preferito, scoprire quanto mi diverta tradurre e che, in fondo, non lo faccio nemmeno male. Eppure non avevo mai pensato di approfondire.
Credo sia stato proprio traducendo i testi delle canzoni di cui sopra che ho iniziato a riconoscere e apprezzare le tematiche e caratteristiche della poetica giapponese, per poi andarle a riscoprire all’interno della letteratura stessa. Più leggevo e più rimanevo affascinata dalle immagini e dal sentimentalismo che scaturivano da quelle pagine. E di certo, l’essermi trovata a lavorare in un ambiente così superficiale e materialista, in un periodo in cui tutto ciò che leggevo non faceva che suscitare in me stupore nei confronti della bellezza della lingua giapponese e ammirazione per la grazia delle sue immagini e figure, ha di certo contribuito a far accrescere in me il desiderio di riscoprire questo mondo per salvarmi da quell’altro, che mi stava logorando. E in un certo senso ce l’ha fatta. Come dicevo un po’ di tempo fa: dopotutto anche quel lavoro che tanto odiavo è servito qualcosa!

E insomma, questo voleva essere un post dedicato al Tokyo National Museum, ma il tempo vola e io – chi l’avrebbe mai detto! – ho ancora molte cose da preparare per domani. Il terribile tifone che era previsto tra stanotte e domani mattina sembra si stia per abbattere giusto ora su Tokyo; questo mi fa dedurre che domani sarà già tutto passato e l’università non sospenderà le lezioni, e che è quindi il caso che mi metta sotto di buona lena.

Il museo, ad ogni modo, era bellissimo come lo ricordavo; forse anche di più, perché questa volta l’ho guardato con occhi diversi. Dagli haniwa alle ceramiche e utensili di uso quotidiano, i kimono e i costumi teatrali, le stampe ukiyoe e le armi e armature dei samurai, pannelli illustrati, lettere e scritti buddisti; un viaggio attraverso la storia del Giappone e delle sue meraviglie dall’antichità all’era moderna. Imperdibile!

Vi lascio con l’immagine della poetessa Ono no Komachi, stampata su una cartolina che ho comprato al museo.

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Omohitsutsu
nureba ya hito no
mietsuramu
yume to shiriseba
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(Quando mi sono addormentata pensando a lui, è apparso. Se avessi saputo che era un sogno, non mi sarei svegliata.)

Giorni #16 #17 #16 #19 #20: Teatro Nō e altri racconti (?)

Foto 05-10-14 12 12 38Quando ti svegli la mattina ed esci dimenticandoti a casa il pranzo, il treno che ti sta portando all’università si ferma all’improvviso a una fermata dalla tua a causa di un disperato che ha deciso di porre fine alla sua vita, e per quello che ti dovrebbe riportare a casa – quattro ore dopo – hanno bloccato l’ingresso ai binari a causa di un secondo disperato… Beh, diciamo che non è proprio la tua giornata.
Almeno sono riuscita a trovare un po’ di tempo per aggiornare il blog – non è vero, in realtà dovrei essere sui libri in questo momento e studiare per il test in classe di domani, ma ho bisogno di riposare il cervello per un’oretta.

Sono tre giorni che mi riprometto di scrivere, ma alla fine non ci riesco mai. Anche lunedì, quando un tifone ha deciso di graziarci della sua visita, così da far sospendere tutte le lezioni in programma per la giornata, alla fine non ho praticamente mai staccato gli occhi dai libri.
Lo so, detta così sembra che io sia una super secchiona e stia sempre a studiare; la verità è che per quanto tempo trascorra sui libri, non mi basta mai per arrivare alla fine di tutto quello che devo fare. E sì, ammetto che la cosa mi faccia sentire un po’ stupida.

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Nō National Theatre

Ma lamentele a parte, domenica pomeriggio sono andata a vedere per la prima volta in vita mia il Teatro Nō!
Mi piacciono molto tutte le varie forme teatrali: dai musical all’opera, agli spettacoli solamente recitati e alle danze. Ma, per quanto li abbia più volte studiati in ambito universitario, non avevo mai visto uno spettacolo teatrale giapponese. Certo, il Nō non era forse la scelta più azzeccata per una prima volta, ma da amante dei classici quale sono non mi sarei certo potuta tirare indietro!

Già una settimana prima un amico mi aveva detto di avere la possibilità di prendere dei biglietti gratuiti per uno spettacolo al Nō National Theatre, e così ho accettato subito l’invito.
L’intera rappresentazione è durata quattro lunghe ore, alternando due spettacoli di vero e proprio a due di Kyōgen. Lunghe ore, ci tengo a precisarlo, perché il Nō è notoriamente molto lento e totalmente privo di dialoghi comprensibili. Scopo della recitazione – così come dei testi, a voler esser precisi –  non è infatti quello di trasmettere un messaggio diretto, bensì quello di lasciar libera l’interpretazione allo spettatore.
Mi viene dunque spontaneo chiedermi a cosa fosse dovuta la scelta di molti genitori di portarci i bambini, che come prevedibile si addormentavano subito. Ma anche tra gli adulti, detto tra noi, più di qualcuno è finito col passare ben presto al mondo dei sogni. Cosa abbastanza comprensibile in realtà, e anch’io (ahimè) ho avuto dei momenti in cui sentivo crollare la testa, ma il sonno non mi ha avuta. 🙂

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(foto presa da www-timeout.jp) L’interno del Nō National Theatre

I siparietti di Kyōgen, in uno spettacolo così lungo, sono una manna dal cielo, in quanto si lasciano seguire a cuor leggero e anche i dialoghi sono facilmente comprensibili. Ma quello che ho davvero apprezzato nel Nō sono state la grazia e l’eleganza propri dei movimenti lenti ed essenziali – studiati in ogni minimo dettaglio – degli attori, così come l’accompagnamento musicale, fatto di strumenti a fiato e a percussione. La particolarità di questi strumenti è quella di non essere in sintonia fra loro, non vanno a tempo, ma ognuno segue un proprio ritmo; detta così l’idea che ci facciamo è quella di caos e confusione generali, in realtà i suoni riescono a fondersi perfettamente fra loro e il risultato è sorprendente.
Meravigliosa è anche la scena finale di ogni spettacolo con l’apparizione della divinità, quella tanto enfatizzataci dal nostro insegnante a lezione di teatro giapponese a Venezia. Nonostante ne abbia viste numerose in video, assistervi dal vivo è tutta un’altra cosa: l’energia che riesce a trasmettere con la danza frenetica, quasi isterica, e il ripetuto e assordante sbattere dei piedi, in quello che si presenta come uno spettacolo così lento e pacato, è impressionante. Mi ha davvero emozionata.

Alla fine, scelta azzeccata o meno, sono felice di aver avuto modo di fare quest’esperienza. Il prossimo sarà senza ombra di dubbio il Kabuki!

Prometto che nel weekend risponderò ai vostri commenti e passerò dai vostri blog, abbiate pazienza ma il mio cervello in questi giorni rischia di esplodere (infatti potrei benissimo aver scritto qualche castroneria nel corso del post, rileggerò anche lui a mente lucida). A presto!

Giorni #9 #10 #11 #12 #13 #14 #15: Due settimane.

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La mia università e la sua chiesa, quella marrone sulla destra. (Ebbene sì, l’università fu fondata dai Gesuiti)

Sono ormai due settimane che mi trovo qui; il lungo giro di pratiche burocratiche è giunto al termine, ho ripreso a dormire e a mangiare – si ringrazia Madre Natura per avermi fatta nascere masochista e avermi fatto scegliere, da celiaca, il paese della salsa di soia! – mi sto finalmente ambientando.
L’inizio non è stato come me l’aspettavo, devo ammetterlo. Nelle mie esperienze passate trascorse in questa terra, appena vi mettevo piede era ogni volta un’esplosione di gioia e sentimenti positivi: i problemi svanivano, tutto era come vivere in un sogno. Questa volta non è andata proprio così:  il peso che mi portavo appresso era più grande di qualsiasi altra cosa, aveva la forza di schiacciare i sentimenti più positivi e farmi sentire sbagliata. Mi guardavo attorno, in autobus, per le strade, e pensavo a quanto amo questo paese, eppure non provavo alcuna emozione. Forse, in un certo senso, ero davvero sbagliata.

Ora va meglio, ho fatto pace con i miei sentimenti e il mio senso di colpa, sto pian piano imparando a conviverci e trarne la forza di cui ho bisogno per andare avanti.

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(foto presa da http://www.parlandosparlando.com) Sì, queste sono scene che si vedono ogni giorno nelle ore di punta, non è una leggenda metropolitana.

E intanto la mia nuova vita ha preso il via; le lezioni all’università sono iniziate e sono stata travolta dalla frenesia della metropoli: le corse alla mattina, i treni affollati, le troppe cose da fare e il troppo poco tempo da dedicare a me stessa. Sta iniziando la metamorfosi in “piccola giapponese” – piccola, perché dopotutto non lo sono.
Ogni giorno mi dico: “Devo aggiornare il blog. Devo leggere tutti quelli con cui sono rimasta indietro. Ho voglia di disegnare, di scrivere, di leggere.” E invece niente, alla fine il tempo non basta mai. Le parole restano bloccate lì, in un luogo e in un tempo inesistenti, così come le idee. Ma intanto mi guardo attorno, osservo, ascolto, scopro, prendo nota; prima o poi, il tempo per esprimere tutto ciò che questo mi trasmette riuscirò a trovarlo.

Il corso che sto seguendo all’università – Intensive Japanese 4 – fa davvero fede al nome che porta: ogni giorno due lezioni, ogni giorno un test, ogni giorno vocaboli e testi da studiare, spiegazioni di kanji e presentazioni in classe da preparare, composizioni da scrivere. Non sto riuscendo a trovare nemmeno il tempo per prepararmi alla certificazione di giapponese che sosterrò a dicembre – e questo è male, molto male! – ma mi sto divertendo. Nella mia classe siamo solamente in sette, e questo ci permette di seguire meglio, parlare di più e legare tra noi.
Da oggi ho iniziato a seguire un seminario in giapponese molto interessante; non vi prenderò attivamente parte perchè non mi è concesso, ma ho parlato con l’insegnante e mi ha detto che posso andare ad ascoltare tutte le volte che voglio. Avendo in programma un paio di corsi in giapponese per il prossimo semestre, temevo che sarebbero stati troppi difficili e avrei avuto difficoltà a seguire, ma da quanto ho potuto vedere a questa lezione non credo avrò grossi problemi.

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Un po’ dei libri che, tra certificazione e università, dovrò studiare a qui a dicembre… Fatemi gli auguri!

Domani finalmente si riposa, o per lo meno ci si illude di poterlo fare. Il weekend è appena iniziato e già mi sembra che sia giunto al termine.
Mentre per l’intera giornata di domani mi rinchiuderò in camera a studiare, per domenica ho un bel diversivo in programma! Ma ve ne parlerò nel prossimo post 😉