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Giorni dal #158 al #168: Pensieri di primavera…

Stavo preparando un post completamente diverso, poi sono uscita per comprare due cose e, insomma, succede quel che succede…

Succede che la primavera si avvicina a grandi passi: il sole splende, le temperature si alzano e i vari Starbucks, convenient store e supermercati iniziano a proporre prodotti di ogni tipo al gusto “sakura”, fiori di ciliegio.

Succede che ti trovi a percorrere la stessa strada di ogni giorno ascoltando una canzone che, neanche a farlo apposta, si chiama “Sakura”. Ti guardi attorno: le solite case con le solite macchine e biciclette parcheggiate davanti; il solito postino, a bordo del suo motorino rosso, appena uscito dalla posta che si trova nella stradina in fondo a sinistra; e poi gli anziani in bicicletta, la nonnina seduta al parco a godersi la fresca arietta primaverile, le mamme che vanno a fare la spesa insieme ai bimbi più piccoli, il corriere che si ferma in un angolo con il suo furgoncino per concedersi una piccola pausa, i bambini che escono schiamazzando da scuola con i loro zainetti colorati sulle spalle, una coppia che fa jogging, panni stesi al sole… Vedi di tutto questo, e non vi è nulla di più banale al mondo, ma non puoi fare a meno di pensare a quanto ti mancherà questo paese.

Un grazioso (e buonissimo!) budino al latte, gusto sakura

Quando domani tornerò in Italia, non sarà per sempre; tra un paio di settimane sarò di nuovo qui. Ma quando rientrerò ad agosto, allora sì, sarà per sempre.

Non ho mai vissuto il Giappone da turista al 100%: sono al mio terzo viaggio in questo paese, ed è sempre stato per motivi di studio. Vivendo, studiando e lavorando a stretto contatto con i giapponesi, ho capito molte cose – alcune in positivo, altre in negativo -, ho imparato a conoscerli meglio, a vedere le cose un po’ più che loro, a volte mettendo in discussione il mio punto di vista. Ho imparato ad apprezzare molti lati del mio paese e della mia cultura che prima non notavo, e ho imparato ad amare il Giappone così com’è, non come la gente pensa che sia.

Penso ancora che vorrei vivere qui, nonostante tutte le difficoltà e le cose cui probabilmente non riuscirò mai ad abituarmi. Non per tutta la vita, magari per cinque o dieci anni. Ma so che una volta che avrò messo piede su quell’aereo, fra cinque mesi, si tratterà di un addio; non definitivo, spero, ma (viste le ragioni che l’accompagnano) mi auguro il più duraturo possibile. Non dovrei pensarci ora, e non ci penserò più, ma quelle scene comuni e un po’ banali che prendevano vita sul paesaggio di oggi, mi hanno ricordato una cosa che sembravo aver dimenticato: quanto amo questo paese.

Giorni dal #32 al #52: 上智大学際 (Jōchi daigaku sai), o Sophia Festival

È da molto che non scrivo. Non mi sono assolutamente dimenticata dal blog, semplicemente sto trascorrendo tutte le giornate tra università, biblioteca e scrivania della mia stanza, per cui diciamo che non ho nulla di entusiasmante da raccontare. Così, ho deciso che rinuncerò a parlare solo delle mie – attualmente inesistenti – esperienze e cercherò di trattare anche alcune tematiche ispiratemi da ciò che vedo e sento in giro.
Avevo già appuntato sulla mia Moleskine diversi argomenti di cui trattare, ma il tempo non ha giocato a mio favore e alla fine, una settimana fa, è arrivato il giorno del Sophia Festival!

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Ogni anno i campus universitari giapponesi dedicano un weekend alla realizzazione di un festival interamente messo a punto dagli studenti e dai vari club ricreativi cui appartengono. La mia università, che quest’anno ha festeggiato il suo 101esimo compleanno – un secolo e non dimostrarlo affatto! – ha deciso di approfittare della Festa della cultura di lunedì 3 novembre (che in Giappone è  una festività nazionale) per fare ben quattro giorni di festival. Ahimè, ho potuto parteciparvi solo domenica, ma era una vita che desideravo prendere parte a un evento del genere e ne è valsa davvero la pena!

Il festival, come dicevo, è organizzato e tenuto interamente dagli studenti. Sono gli studenti che addobbano, cucinano, prendono parte agli eventi, li presentano, organizzano i giochi, promuovono le attività… trovo di grande ispirazione vedere così tanti ragazzi giovanissimi collaborare tutti insieme con passione per realizzare un evento di così grande portata, al quale faranno visita non solo gli altri studenti, ma anche persone del vicinato, famiglie, curiosi.
Tutte le vie del campus pullulavano di bancarelle di cibo: dai più tradizionali piatti da matsuri giapponese, ai tacos messicani o ai curry wurst tedeschi, fino ai dolci più disparati. Inutile dire che io non potevo mangiare nulla, ma anche solo guardare era una gioia per gli occhi! Tra la folla che si accalcava per le vie si facevano largo studenti urlanti con i loro cartelli, pronti a sponsorizzare l’attività del proprio gruppo, che si trattasse di una bancarella di cibo o di un concerto. E chi si lo dimentica più il ragazzo della bancarella di gelato fritto che urlava come un pazzo tutto presa dalla sua foga… Sono cose che, vi assicuro, almeno una volta nella vita meritano di essere viste!

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Uno dei gruppi che cantavano a cappella. Bravissimi!

Mentre sul palco centrale si alternavano spettacoli di danza, nella aule gli studenti si esibivano in piccoli concerti, organizzavano mercatini e improvvisavano dei piccoli café. Ce n’erano di ogni tipo: quello in stile giapponese, quello delle idol, il café in stile filippino, quello a tema filosofico e quello religioso – perché la mia è pur sempre un’università fondata dai gesuiti, nonché l’unica in Giappone ad avere una facoltà di teologia a indirizzo cattolico (non che la cosa mi faccia fare i salti di gioia, però…). Noi abbiamo scelto il Café del Mandolino, ed è stata proprio una scelta azzeccata! I ragazzi erano tutti bravissimi e anche la scaletta era interessante – senza contare che hanno suonato la mia amata “Moonlight densetsu” e solo per questo potrei amarli in eterno ♡. Durante la pausa abbiamo avuto modo di parlare un po’ con loro e una ragazza, gentilissima, ci ha anche fatto provare il suo mandolino. Ebbene sì, dovevo proprio venire fino in Giappone per provare a suonare il mandolino! Che ironia a volte la vita…
Tra gli altri vari spettacoli cui abbiamo assistito: il concerto del club di musica classica, di cui non mi intendo molto ma che ascolto sempre volentieri, e quello dei gruppi che cantavano a cappella. Quest’ultimo, in particolare , è stato estremamente piacevole, e penso di poter dire lo stesso anche per le mie accompagnatrici.

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Il Café del Mandolino

E con questo, posso dire definitivamente conclusa la mia vita sociale da qui a dicembre – anche se, a dire il vero, avrebbe dovuto concludersi oggi con il festival del dormitorio in cui vivo, peccato fossi chiusa in camera con la febbre.
Non credo avrò grandissime esperienze di vita da raccontare nel corso del mese che seguirà, ma sicuramente mi piacerebbe trattare alcuni dei temi che mi sono annotata nei giorni scorsi. Per cui abbiate fiducia, tornerò presto! (Non che qualcuno ci tenesse, ma insomma…)

Giorni #26 #27 #28 #29 #30 #31: 曇りのち、快晴。

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La vista dal terrazzo di una delle mense della mia università in una bella giornata di sole

Stamattina me ne stavo sdraiata sul letto, in attesa dell’ispirazione per alzarmi, e ascoltavo i suoni che provenivano da fuori. È così che mi sono resa conto, per la prima volta da quando sono qui, di non aver mai sentito i corvi.
Per me è sempre stata una prerogativa della vita in questo paese: la mattina alle cinque e mezza la stanza è illuminata a giorno e i corvi si danno al pazzo gracchiare. Ma quest’anno, in questo luogo, sembra non essere così. A ben pensarci mi è anche capitato piuttosto di rado di vederne, forse solo una o due volte. Eppure ricordo scene oltre il limite dell’incredibile dalle mie passate esperienze.
Che strano, sembra che questa volta sia davvero tutto diverso. O per lo meno, sembra che così voglia apparire ai miei occhi. La mia mente, forse troppo deviata a causa dei film Disney e di Sailor Moon, preferisce interpretarlo come un segno.

曇りのち、快晴 (Kumori nochi, kaisei) è il titolo di questo post. Non doveva essere questo inizialmente, volevo scegliere un titolo che celebrasse il mio primo mese in Giappone – che si compie proprio oggi – ma come mi sono messa a scrivere, le parole sono affiorate alla mia mente e ho pensato che rispecchiassero perfettamente il mio stato d’animo.
Kumori nochi, kaisei” significa letteralmente: “Dopo le nuvole, il sereno“. In Giappone c’è anche una canzone che porta questo titolo, e dentro di me ho subito iniziato a canticchiarne il testo:

Ora stai superando impacciata
giorni pieni di rimorsi,
ma domani soffierà un vento diverso da quello di oggi

Sbatti i piedi!
Cambia i giorni che si limitano ha scorrerti davanti
nel “presente” che sogni,
se provi a fare un passo avanti anche il paesaggio cambierà
la tua felicità è nelle tue mani

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Un piccolo scorcio del solitamente nascosto Monte Fuji, anche se quel giorno era ancora privo della sua classica cima innevata

Quest’ultima settimana sembra aver desiderato lavorare con tutte le sue forze per darmi una piccola spinta. In questi giorni fatti di cielo sereno, sfoghi e riposo, incontri più o meno programmati e belle notizie, ho l’impressione di aver finalmente capito l’errore che stavo commettendo: ossessionata dal pensiero di dover portare a termine con successo il mio scopo, stavo invece rischiando di perderlo di vista.
Ora so che devo prendere le cose più a cuor leggero, anche se essendo tendenzialmente ansiosa per natura non sarà certo facile, e forse anche questo blog – che stava colando a picco negli abissi della noia – potrà finalmente riprendersi. ^^

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Una piccola festa di compleanno improvvisata ^_^

Chiedo scusa a tutti i miei lettori.

A presto!

Giorni #9 #10 #11 #12 #13 #14 #15: Due settimane.

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La mia università e la sua chiesa, quella marrone sulla destra. (Ebbene sì, l’università fu fondata dai Gesuiti)

Sono ormai due settimane che mi trovo qui; il lungo giro di pratiche burocratiche è giunto al termine, ho ripreso a dormire e a mangiare – si ringrazia Madre Natura per avermi fatta nascere masochista e avermi fatto scegliere, da celiaca, il paese della salsa di soia! – mi sto finalmente ambientando.
L’inizio non è stato come me l’aspettavo, devo ammetterlo. Nelle mie esperienze passate trascorse in questa terra, appena vi mettevo piede era ogni volta un’esplosione di gioia e sentimenti positivi: i problemi svanivano, tutto era come vivere in un sogno. Questa volta non è andata proprio così:  il peso che mi portavo appresso era più grande di qualsiasi altra cosa, aveva la forza di schiacciare i sentimenti più positivi e farmi sentire sbagliata. Mi guardavo attorno, in autobus, per le strade, e pensavo a quanto amo questo paese, eppure non provavo alcuna emozione. Forse, in un certo senso, ero davvero sbagliata.

Ora va meglio, ho fatto pace con i miei sentimenti e il mio senso di colpa, sto pian piano imparando a conviverci e trarne la forza di cui ho bisogno per andare avanti.

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(foto presa da http://www.parlandosparlando.com) Sì, queste sono scene che si vedono ogni giorno nelle ore di punta, non è una leggenda metropolitana.

E intanto la mia nuova vita ha preso il via; le lezioni all’università sono iniziate e sono stata travolta dalla frenesia della metropoli: le corse alla mattina, i treni affollati, le troppe cose da fare e il troppo poco tempo da dedicare a me stessa. Sta iniziando la metamorfosi in “piccola giapponese” – piccola, perché dopotutto non lo sono.
Ogni giorno mi dico: “Devo aggiornare il blog. Devo leggere tutti quelli con cui sono rimasta indietro. Ho voglia di disegnare, di scrivere, di leggere.” E invece niente, alla fine il tempo non basta mai. Le parole restano bloccate lì, in un luogo e in un tempo inesistenti, così come le idee. Ma intanto mi guardo attorno, osservo, ascolto, scopro, prendo nota; prima o poi, il tempo per esprimere tutto ciò che questo mi trasmette riuscirò a trovarlo.

Il corso che sto seguendo all’università – Intensive Japanese 4 – fa davvero fede al nome che porta: ogni giorno due lezioni, ogni giorno un test, ogni giorno vocaboli e testi da studiare, spiegazioni di kanji e presentazioni in classe da preparare, composizioni da scrivere. Non sto riuscendo a trovare nemmeno il tempo per prepararmi alla certificazione di giapponese che sosterrò a dicembre – e questo è male, molto male! – ma mi sto divertendo. Nella mia classe siamo solamente in sette, e questo ci permette di seguire meglio, parlare di più e legare tra noi.
Da oggi ho iniziato a seguire un seminario in giapponese molto interessante; non vi prenderò attivamente parte perchè non mi è concesso, ma ho parlato con l’insegnante e mi ha detto che posso andare ad ascoltare tutte le volte che voglio. Avendo in programma un paio di corsi in giapponese per il prossimo semestre, temevo che sarebbero stati troppi difficili e avrei avuto difficoltà a seguire, ma da quanto ho potuto vedere a questa lezione non credo avrò grossi problemi.

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Un po’ dei libri che, tra certificazione e università, dovrò studiare a qui a dicembre… Fatemi gli auguri!

Domani finalmente si riposa, o per lo meno ci si illude di poterlo fare. Il weekend è appena iniziato e già mi sembra che sia giunto al termine.
Mentre per l’intera giornata di domani mi rinchiuderò in camera a studiare, per domenica ho un bel diversivo in programma! Ma ve ne parlerò nel prossimo post 😉

Giorni #4 #5 #6 #7 #8: Burocrazia.

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Splende il sole. Ogni tanto è nuvoloso. Fa caldo, sempre. E il peso sulla coscienza non accenna ad affievolirsi.
Ho finalmente iniziato a mangiare. Ho finalmente iniziato a dormire. Ho letto un bel libro. E il peso sulla coscienza non accenna ad affievolirsi.
Ho conosciuto molte persone: due ragazzi americani, due ragazzi e una ragazza indonesiani, due ragazze francesi, una ragazza canadese e una tedesca, un ragazzo norvegese, tre ragazze giapponesi e una cinese. È bello vivere in mezzo a così tante persone di diverse nazionalità: ti fa sentire più libero, ti fa sentire più forte. Eppure il peso sulla coscienza non accenna ad affievolirsi.
Sono stati giorni di corse, spese, burocrazia, guida a quella o quell’altra cosa, carte e firme, firme, firme. E il peso sulla coscienza è sempre lì, irremovibile, ineluttabile, pesante come un macigno. Devo solo trovare il modo di tramutarlo in forza…

Mi scuso per essere poco presente e un po’ criptica in questi giorni, purtroppo non sta succedendo moltissimo. A breve inizieranno le lezioni e, non appena mi sarò sistemata a dovere, avrò certamente molte cose da raccontare.
Intanto sono usciti i risultati del primo test di giapponese: livello avanzato! È già un buon punto di partenza, no?

Giorni #1 e #2: Da Tokyo.

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19 settembre, ore 8:40. L’aereo atterra con un’ora di anticipo. Sono in Giappone.

Il viaggio è andato. Male. Parecchio male. I miei vicini di posto erano una coppia italiana che stava andando in viaggio di nozze e no, non erano loro il problema, li ho trovati anzi piuttosto simpatici. Ma io mi chiedo… chi è quel genio che ha pensato che i sedili dell’aereo debbano avere un poggiatesta sporgentissimo, tanto da costringerti a rimanere con la testa piegata in giù? Dopo due ore avevo già mal di testa, non vi dico dopo dodici: i miei cervicali non avevano preso fuoco, di più. Ho passato l’intero viaggio in preda a un dolore lancinante che mi provocava addirittura nausea, e inutile dire che non sono riuscita a dormire nemmeno cinque minuti. Il bello è che questi simpatici poggia testa non ci sono sui sedili della prima classe. Volete forse dirmi che è la punizione per essere così pezzenti da aver scelto la economy? Bah, un ringraziamento speciale va comunque alla cinquantenne giappina che, arrivati a destinazione e senza che io le chiedessi niente, dopo aver tirato giù il suo bagaglio dalla cappelliera ha fatto lo stesso con il mio. Grazie giappina!

Come dicevo, sono in Giappone – e i miei cervicali ringraziano per potersi finalmente rilassare su un collo dritto!

Incontro quasi subito Sae, la ragazza incaricata di venirmi a prendere all’aeroporto. Spediamo la valigia, compriamo qualcosa da mangiare e ripartiamo. Sae studia inglese, è una ragazza semplice e piacevole, spero di rincontrarla presto.

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Il viale che porta dal dormitorio alla stazione

Al dormitorio arrivo insieme a una ragazza francese e la responsabile ci porta subito a vedere le stanze e le varie zone: cucina, lavanderia, docce, sala comune, mensa, ecc. Fortuna – che non manca mai! – vuole che appena apriamo la porta di camera mia troviamo nientemeno che… un simpatico scarafaggio morto ad attenderci all’ingresso! “Hohoho, voleva darti il benvenuto!”, commenta la tizia. Eh, grazie… Per fortuna era morto. Nota a me stessa: ricordarsi di comprare l’arma (lo spray anti-mostri)!

In ogni caso, i miei sogni di riposarmi un’oretta per poi andare a far compere a Shibuya vengono interrotti non appena metto piede nel dormitorio. “Alle 18 ci sarà l’orientamento.” Evviva! – cogliete il sarcasmo, vi prego – Così, mollo la valigia, mi do una lavata veloce ed esco.

 Venti minuti di passeggiata fino alla stazione – urge comprare una bicicletta! – la zona in cui vivo è un’area residenziale piuttosto ricca, le persone che vi abitano sono tutte benestanti e hanno case bellissime, attraversare il viale alberato è un piacere per gli occhi! Poi la metro, il cambio con il treno della mia Inokashira (la linea che prendevo nel 2009 e che non mi abbandona mai , e neanche tutta la gente che l’affolla…), una rampa di scale – scale in Giappone? Quando mai! – ed eccola lì… Shibuya!

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Uno squarcio del famoso incrocio di Shibuya, anche se non rende molto

Shibuya, quartiere di controversie. Gli amanti della moda e della cultura popolare giapponesi la amano, i turisti ne restano colpiti, chi vive a Tokyo spesso tende a odiarla. Per me è solo un po’ casa. Non perché la ami profondamente di per sé, ma perché nella mia prima visita in Giappone – nel 2006 – era il quartiere in cui studiavo, e nella seconda – nel 2009 – quello in cui studiavo e lavoravo. Quasi tutta la mia vita in terra nipponica, volente o nolente, l’ho passata a Shibuya, e proprio per questo non può che restare nel cuore. E il cuore batte forte, un turbinio di emozioni: paura, ansia, rimorsi di coscienza, gioia, speranza.

La prima tappa ovviamente è LUI! Immancabile.

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Il Loft non è altro che il paese delle meraviglie, un *non mi ricordo quanti* piani di gioia e soldi che se ne vanno e che tu lanci via con profondo amore e convinzione: il piano della cancelleria (e a me basta quello per vivere), quello di cose per la cucina, di mobili e arredamenti vari per la casa, di trucchi e accessori, di gioielleria, di cose inutili ma talmente inutili che se non le vedi non ci credi, ecc. Insomma, è il luogo in cui voglio andare a vivere! Purtroppo sono di fretta e mi accontento del reparto cancelleria, il mio preferito.

E allora esco e mi avvio alla ricerca delle cose che mi serve comprare. Che strana sensazione… Trovarmi in una città straniera, così lontana e così diversa, affollata, caotica, in continuo mutamento, una città così, che non visito da diversi anni, eppure sentirmi come se non l’avessi mai lasciata. Percorrere le sue strade senza la minima esitazione, sapendo esattamente dove andare e cosa fare, rivedendo un qualche negozio dopo tanto e non provare nemmeno nostalgia, come se quei cinque anni lontana non ci fossero mai stati, come se avessi continuato a vederlo ogni giorno da allora.
Amo questo paese. Amo questa città.

Oggi mi sono dedicata invece alle valigie e all’esplorazione del quartiere in cui vivo. È una zona tranquilla e piacevole, credo proprio che mi ci affezionerò presto.

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Un angolo del vicinato del dormitorio in cui vivo

Sono qui, la mia avventura sta finalmente avendo inizio!