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Giorni dal #32 al #52: 上智大学際 (Jōchi daigaku sai), o Sophia Festival

È da molto che non scrivo. Non mi sono assolutamente dimenticata dal blog, semplicemente sto trascorrendo tutte le giornate tra università, biblioteca e scrivania della mia stanza, per cui diciamo che non ho nulla di entusiasmante da raccontare. Così, ho deciso che rinuncerò a parlare solo delle mie – attualmente inesistenti – esperienze e cercherò di trattare anche alcune tematiche ispiratemi da ciò che vedo e sento in giro.
Avevo già appuntato sulla mia Moleskine diversi argomenti di cui trattare, ma il tempo non ha giocato a mio favore e alla fine, una settimana fa, è arrivato il giorno del Sophia Festival!

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Ogni anno i campus universitari giapponesi dedicano un weekend alla realizzazione di un festival interamente messo a punto dagli studenti e dai vari club ricreativi cui appartengono. La mia università, che quest’anno ha festeggiato il suo 101esimo compleanno – un secolo e non dimostrarlo affatto! – ha deciso di approfittare della Festa della cultura di lunedì 3 novembre (che in Giappone è  una festività nazionale) per fare ben quattro giorni di festival. Ahimè, ho potuto parteciparvi solo domenica, ma era una vita che desideravo prendere parte a un evento del genere e ne è valsa davvero la pena!

Il festival, come dicevo, è organizzato e tenuto interamente dagli studenti. Sono gli studenti che addobbano, cucinano, prendono parte agli eventi, li presentano, organizzano i giochi, promuovono le attività… trovo di grande ispirazione vedere così tanti ragazzi giovanissimi collaborare tutti insieme con passione per realizzare un evento di così grande portata, al quale faranno visita non solo gli altri studenti, ma anche persone del vicinato, famiglie, curiosi.
Tutte le vie del campus pullulavano di bancarelle di cibo: dai più tradizionali piatti da matsuri giapponese, ai tacos messicani o ai curry wurst tedeschi, fino ai dolci più disparati. Inutile dire che io non potevo mangiare nulla, ma anche solo guardare era una gioia per gli occhi! Tra la folla che si accalcava per le vie si facevano largo studenti urlanti con i loro cartelli, pronti a sponsorizzare l’attività del proprio gruppo, che si trattasse di una bancarella di cibo o di un concerto. E chi si lo dimentica più il ragazzo della bancarella di gelato fritto che urlava come un pazzo tutto presa dalla sua foga… Sono cose che, vi assicuro, almeno una volta nella vita meritano di essere viste!

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Uno dei gruppi che cantavano a cappella. Bravissimi!

Mentre sul palco centrale si alternavano spettacoli di danza, nella aule gli studenti si esibivano in piccoli concerti, organizzavano mercatini e improvvisavano dei piccoli café. Ce n’erano di ogni tipo: quello in stile giapponese, quello delle idol, il café in stile filippino, quello a tema filosofico e quello religioso – perché la mia è pur sempre un’università fondata dai gesuiti, nonché l’unica in Giappone ad avere una facoltà di teologia a indirizzo cattolico (non che la cosa mi faccia fare i salti di gioia, però…). Noi abbiamo scelto il Café del Mandolino, ed è stata proprio una scelta azzeccata! I ragazzi erano tutti bravissimi e anche la scaletta era interessante – senza contare che hanno suonato la mia amata “Moonlight densetsu” e solo per questo potrei amarli in eterno ♡. Durante la pausa abbiamo avuto modo di parlare un po’ con loro e una ragazza, gentilissima, ci ha anche fatto provare il suo mandolino. Ebbene sì, dovevo proprio venire fino in Giappone per provare a suonare il mandolino! Che ironia a volte la vita…
Tra gli altri vari spettacoli cui abbiamo assistito: il concerto del club di musica classica, di cui non mi intendo molto ma che ascolto sempre volentieri, e quello dei gruppi che cantavano a cappella. Quest’ultimo, in particolare , è stato estremamente piacevole, e penso di poter dire lo stesso anche per le mie accompagnatrici.

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Il Café del Mandolino

E con questo, posso dire definitivamente conclusa la mia vita sociale da qui a dicembre – anche se, a dire il vero, avrebbe dovuto concludersi oggi con il festival del dormitorio in cui vivo, peccato fossi chiusa in camera con la febbre.
Non credo avrò grandissime esperienze di vita da raccontare nel corso del mese che seguirà, ma sicuramente mi piacerebbe trattare alcuni dei temi che mi sono annotata nei giorni scorsi. Per cui abbiate fiducia, tornerò presto! (Non che qualcuno ci tenesse, ma insomma…)

Giorni #16 #17 #16 #19 #20: Teatro Nō e altri racconti (?)

Foto 05-10-14 12 12 38Quando ti svegli la mattina ed esci dimenticandoti a casa il pranzo, il treno che ti sta portando all’università si ferma all’improvviso a una fermata dalla tua a causa di un disperato che ha deciso di porre fine alla sua vita, e per quello che ti dovrebbe riportare a casa – quattro ore dopo – hanno bloccato l’ingresso ai binari a causa di un secondo disperato… Beh, diciamo che non è proprio la tua giornata.
Almeno sono riuscita a trovare un po’ di tempo per aggiornare il blog – non è vero, in realtà dovrei essere sui libri in questo momento e studiare per il test in classe di domani, ma ho bisogno di riposare il cervello per un’oretta.

Sono tre giorni che mi riprometto di scrivere, ma alla fine non ci riesco mai. Anche lunedì, quando un tifone ha deciso di graziarci della sua visita, così da far sospendere tutte le lezioni in programma per la giornata, alla fine non ho praticamente mai staccato gli occhi dai libri.
Lo so, detta così sembra che io sia una super secchiona e stia sempre a studiare; la verità è che per quanto tempo trascorra sui libri, non mi basta mai per arrivare alla fine di tutto quello che devo fare. E sì, ammetto che la cosa mi faccia sentire un po’ stupida.

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Nō National Theatre

Ma lamentele a parte, domenica pomeriggio sono andata a vedere per la prima volta in vita mia il Teatro Nō!
Mi piacciono molto tutte le varie forme teatrali: dai musical all’opera, agli spettacoli solamente recitati e alle danze. Ma, per quanto li abbia più volte studiati in ambito universitario, non avevo mai visto uno spettacolo teatrale giapponese. Certo, il Nō non era forse la scelta più azzeccata per una prima volta, ma da amante dei classici quale sono non mi sarei certo potuta tirare indietro!

Già una settimana prima un amico mi aveva detto di avere la possibilità di prendere dei biglietti gratuiti per uno spettacolo al Nō National Theatre, e così ho accettato subito l’invito.
L’intera rappresentazione è durata quattro lunghe ore, alternando due spettacoli di vero e proprio a due di Kyōgen. Lunghe ore, ci tengo a precisarlo, perché il Nō è notoriamente molto lento e totalmente privo di dialoghi comprensibili. Scopo della recitazione – così come dei testi, a voler esser precisi –  non è infatti quello di trasmettere un messaggio diretto, bensì quello di lasciar libera l’interpretazione allo spettatore.
Mi viene dunque spontaneo chiedermi a cosa fosse dovuta la scelta di molti genitori di portarci i bambini, che come prevedibile si addormentavano subito. Ma anche tra gli adulti, detto tra noi, più di qualcuno è finito col passare ben presto al mondo dei sogni. Cosa abbastanza comprensibile in realtà, e anch’io (ahimè) ho avuto dei momenti in cui sentivo crollare la testa, ma il sonno non mi ha avuta. 🙂

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(foto presa da www-timeout.jp) L’interno del Nō National Theatre

I siparietti di Kyōgen, in uno spettacolo così lungo, sono una manna dal cielo, in quanto si lasciano seguire a cuor leggero e anche i dialoghi sono facilmente comprensibili. Ma quello che ho davvero apprezzato nel Nō sono state la grazia e l’eleganza propri dei movimenti lenti ed essenziali – studiati in ogni minimo dettaglio – degli attori, così come l’accompagnamento musicale, fatto di strumenti a fiato e a percussione. La particolarità di questi strumenti è quella di non essere in sintonia fra loro, non vanno a tempo, ma ognuno segue un proprio ritmo; detta così l’idea che ci facciamo è quella di caos e confusione generali, in realtà i suoni riescono a fondersi perfettamente fra loro e il risultato è sorprendente.
Meravigliosa è anche la scena finale di ogni spettacolo con l’apparizione della divinità, quella tanto enfatizzataci dal nostro insegnante a lezione di teatro giapponese a Venezia. Nonostante ne abbia viste numerose in video, assistervi dal vivo è tutta un’altra cosa: l’energia che riesce a trasmettere con la danza frenetica, quasi isterica, e il ripetuto e assordante sbattere dei piedi, in quello che si presenta come uno spettacolo così lento e pacato, è impressionante. Mi ha davvero emozionata.

Alla fine, scelta azzeccata o meno, sono felice di aver avuto modo di fare quest’esperienza. Il prossimo sarà senza ombra di dubbio il Kabuki!

Prometto che nel weekend risponderò ai vostri commenti e passerò dai vostri blog, abbiate pazienza ma il mio cervello in questi giorni rischia di esplodere (infatti potrei benissimo aver scritto qualche castroneria nel corso del post, rileggerò anche lui a mente lucida). A presto!