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Giorni #21 #22 #23 #24 #25: Doveva essere un post sul Tokyo National Museum…

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Tokyo National Museum

Quasi un’altra settimana è trascorsa. Tra università e preparazione per la certificazione linguistica, devo ammettere che la mia quotidianità non è poi così avvincente. Sto facendo progressi però: il primo test in classe è andato alla grande e la mia testa si sta finalmente sistemando per bene sulle spalle dove dovrebbe stare.

Sabato, V. – la mia compagna di banco russa – mi ha invitata ad andare con lei al Tokyo National Museum. Il museo aveva decretato questo giorno come il 留学生の日 (ryūgakusei no hi, il giorno degli studenti stranieri): bastava presentare il tesserino studentesco allo sportello e ti davano un adesivo da attaccare sul petto con il quale era possibile entrare gratuitamente.
Ero già stata a questo museo una volta nel lontano 2006, e poi ancora nel 2009, ma è molto interessante e le collezioni cambiano spesso; e poi non si dice mai di noi a un ingresso gratis a un museo!

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Lettere in giapponese antico, un giorno riuscirò a leggervi!

Non ricordo con esattezza quando ho iniziato ad appassionarmi al Giappone classico, ma è stato senza dubbio in tempi recenti.
Da bambina, molto banalmente, ho iniziato a interessarmi a questo paese attraverso i manga. E proprio i manga, devo ammetterlo, mi hanno cambiato la vita: grazie a loro ho iniziato a disegnare e a scoprire pian piano questo paese lontano e così affascinante – ricordo che alle medie tenevo un piccolo quaderno dove raccoglievo tutti i ritagli di giornali, foto, informazioni e curiosità riguardanti il Giappone. A ben pensarci, quel quaderno lo conservo ancora.

Dopo i manga arrivò il jpop, la musica pop giapponese. Ricordo ancora le prime due canzoni che ascoltai, scaricate completamente a caso da internet: “The peace!” delle Morning musume e “First love” di Hikaru Utada  – che, ricordiamolo, ha da poco sposato un italiano di dieci anni più giovane di lei.
E poi arrivò lei: Ayumi Hamasaki, la popstar giapponese per antonomasia, lei nelle cui parole riuscivo sempre a ritrovare me stessa; lei grazie alla quale, spinta dal desiderio di poter comprendere alla perfezione i bei testi delle sue canzoni, che fino a quel momento avevo soltanto trovato tradotte in inglese in giro per la rete, ho finalmente scelto di studiare giapponese. Grazie a lei, ho scoperto la bellezza e l’eleganza di questa lingua meravigliosa; grazie alla musica giapponese, ho conosciuto il ragazzo con cui sto da nove lunghi anni.
Ad oggi, il mio interesse per la musica giapponese è quasi del tutto svanito, lasciando solo lei: lei che continua a tenermi compagnia con la sua musica e le sue parole, lei che è una fonte d’ispirazione senza pari, lei che ho visto in concerto e mi ha emozionata tantissimo, lei che ho avuto modo di conoscere di persona e che ha fatto per me una cosa che mai mi sarei potuta aspettare.
Non sono una persona costante, i miei interessi tendono a cambiare continuamente e anche in questo caso è stato lo stesso, solo una cosa non è mai cambiata nella mia vita: l’amore incondizionato per il Giappone, sempre a fare da sfondo a ogni mia passione.

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Alcuni dei kimono

Ma quando ho iniziato a interessarmi al Giappone antico? Di certo l’università mi è stata molto d’aiuto: mi ha fatta appassionare alla lingua, innamorare del mio libro preferito, scoprire quanto mi diverta tradurre e che, in fondo, non lo faccio nemmeno male. Eppure non avevo mai pensato di approfondire.
Credo sia stato proprio traducendo i testi delle canzoni di cui sopra che ho iniziato a riconoscere e apprezzare le tematiche e caratteristiche della poetica giapponese, per poi andarle a riscoprire all’interno della letteratura stessa. Più leggevo e più rimanevo affascinata dalle immagini e dal sentimentalismo che scaturivano da quelle pagine. E di certo, l’essermi trovata a lavorare in un ambiente così superficiale e materialista, in un periodo in cui tutto ciò che leggevo non faceva che suscitare in me stupore nei confronti della bellezza della lingua giapponese e ammirazione per la grazia delle sue immagini e figure, ha di certo contribuito a far accrescere in me il desiderio di riscoprire questo mondo per salvarmi da quell’altro, che mi stava logorando. E in un certo senso ce l’ha fatta. Come dicevo un po’ di tempo fa: dopotutto anche quel lavoro che tanto odiavo è servito qualcosa!

E insomma, questo voleva essere un post dedicato al Tokyo National Museum, ma il tempo vola e io – chi l’avrebbe mai detto! – ho ancora molte cose da preparare per domani. Il terribile tifone che era previsto tra stanotte e domani mattina sembra si stia per abbattere giusto ora su Tokyo; questo mi fa dedurre che domani sarà già tutto passato e l’università non sospenderà le lezioni, e che è quindi il caso che mi metta sotto di buona lena.

Il museo, ad ogni modo, era bellissimo come lo ricordavo; forse anche di più, perché questa volta l’ho guardato con occhi diversi. Dagli haniwa alle ceramiche e utensili di uso quotidiano, i kimono e i costumi teatrali, le stampe ukiyoe e le armi e armature dei samurai, pannelli illustrati, lettere e scritti buddisti; un viaggio attraverso la storia del Giappone e delle sue meraviglie dall’antichità all’era moderna. Imperdibile!

Vi lascio con l’immagine della poetessa Ono no Komachi, stampata su una cartolina che ho comprato al museo.

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Omohitsutsu
nureba ya hito no
mietsuramu
yume to shiriseba
samezaramashi o

(Quando mi sono addormentata pensando a lui, è apparso. Se avessi saputo che era un sogno, non mi sarei svegliata.)