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Giorni dal #138 al #147: Cosa mi manca dell’Italia, cosa mi mancherà del Giappone.

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Mi chiedo se tutti gli expat si facciano prendere, di tanto in tanto, dalla nostalgia di casa. E se per loro casa è rappresentata dalla nuova patria, chissà se sentono mai nostalgia della vecchia. E ancora, come e quando il concetto di “casa” ha iniziato a rappresentare, non più il paese che ha dato loro i natali, bensì quello che li ospita?

Non me la sento di definirmi expat, dopotutto mi trovo ospite in un paese straniero per non più di una decina di mesi. Eppure, mi rendo conto di essere cambiata moltissimo rispetto al passato.
Cinque anni fa, quando feci la mia prima esperienza di un anno in Giappone, mi sentivo come se avessi trovato per la prima volta il mio posto nel mondo. Per la prima volta, il mio modo di pensare e agire trovava riscontro nel comportamento altrui; per la prima volta in vita mia, mi trovavo in un posto da cui non sarei mai voluta andarmene. La nostalgia verso la madrepatria non mi toccò nemmeno per un giorno a quel tempo, tutto ciò che desideravo era rimanere lì, e quando fui costretta a tornare lo vissi come un trauma (di cui ho già parlato ampiamente in un vecchio post).

Oggi non sono più così. So che casa, per me, è da un’altra parte; so che quella che sto vivendo è un’esperienza a breve termine, e sono felice che sia così. Eppure so anche che, quando ad agosto lascerò definitivamente questo paese, ne sentirò terribilmente la mancanza.
E allora cos’è casa per me? Qual è la mia casa? L’Italia, risponderei così su due piedi. Ma se dovessi scegliere un luogo preciso, non sarebbe il paesino in cui sono nata e cresciuta – e in cui sempre, SEMPRE, continuerò a sentirmi fuori luogo – e nemmeno Treviso, la città in cui attualmente (togliendo questa parentesi nipponica) vivo. Quando dico Italia, io penso a Venezia. Una città in cui ho vissuto per alcuni anni, e che continuo a frequentare ora che ho ripreso gli studi; una città che non ho mai amato completamente, che mi ha spesso indignata, fatta arrabbiare, giocato a tira e molla con i miei sentimenti divisi tra odio assoluto e amore incondizionato. Una città che altro non è se non una culla di ricordi, che mi ha vista crescere, cambiare, e crescere ancora. Eppure non posso rimanere del tutto indifferente a Tokyo, perché anche lei mi ha vista maturare e fare delle scelte importanti. Ha assistito alla mia trasformazione come una muta osservatrice e, nel fare questo, si è presa un pezzo della mia anima. Ma osservatrice lo è stata, nel suo piccolo, anche Londra. Nonostante non vi abbia trascorso che pochi mesi, mi ha stretta fra le sue grandi e accoglienti braccia mentre prendevo coscienza di me e compivo una delle mie scelte più importanti.

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E allora, cos’è per me “casa”? Un luogo in cui ho vissuto e che, in qualche modo, tiene stretta una parte di me. Un luogo del quale a lungo andare potrei stancarmi, ma che quando sarò lontana farà sempre sentire la sua mancanza. Un luogo in cui vorrò sempre tornare; e quando lo farò, sarà come non essermene mai andata.
Forse dovrei accettare di non averne una soltanto. O per lo meno, non nel senso lato della parola; perché alla fine ci sarà sempre un luogo che urlerà “casa” più di qualunque altro. Un po’ come avere la propria dimora ufficiale e una o più residenze per le vacanze: tutte sono un po’ casa, ma una lo è più delle altre, ed è quella che conosce più cose di te.

Ma casa, dicevo, manca. Manca l’Italia, oggi; mancherà il Giappone, domani.

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E’ bellissimo, ammettetelo!

 

Cosa mi manca, dunque, dell’Italia?
Gli affetti, ovviamente. L’allegria della, la capacità di sdrammatizzare (quando manca quella di lamentarsi XD), la genuinità delle persone, la spontaneità, l’accoglienza. Sentir parlare la mia lingua – che considererò sempre la più bella del mondo -, il fascino delle calli e dei campi di Venezia, le passeggiate per Treviso la sera. Mi manca mangiare – no, non nel senso di “mi manca la cucina italiana”, la adoro ma non sono una di quelli che non possono viverne senza; nel senso che, da celiaca, qui ho grosse difficoltà a trovare cose adatte a me per cui finisco per mangiare sempre la stessa cosa. Ma mi mancano anche cose molto più semplici e banali, come la mitica accoppiata divano e copertina la sera, i programmi di Alberto Angela in tv, il riscaldamento in inverno, le mie cose sempre a portata di mano (eh beh, un po’ di sano materialismo ci sta sempre!).

E cosa mi mancherà del Giappone?
A livello quotidiano, senza dubbio, le più disparate comodità: i treni numerosi e (più o meno) sempre puntuali, i convenient store (ma anche alcuni supermercati) aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, i distributori automatici situati un po’ ovunque, la Suica – che potremmo definire l’equivalente nipponico della Oyster card inglese, solo che con la Suica non solo sali sui mezzi, la puoi usare anche ai distributori automatici, ai coin locker in stazione, per pagare nei negozi, probabilmente ti mette a letto e ti rimbocca pure le coperte se glielo chiedi. Ma del Giappone mi mancheranno anche la gentilezza – spesso impacciata – delle persone, la loro disponibilità, il gracchiare dei corvi la mattina, la pulizia nei luoghi pubblici, quel senso – un po’ disturbato – dell’ordine tipicamente giapponese che mi fa sorridere ogni volta. Mi mancherà poter passare, nel giro di pochi minuti, da centri estremamente moderni e pullulanti di grattacieli e insegne luminose, a quartieri antichi da cui traspaiono tutto il fascino, la bellezza e la spiritualità dell’antico Giappone. Mi mancherà, tantissimo, poter passeggiare per strada da sola dopo la mezzanotte sapendo di non correre alcun pericolo.

Il bello di viaggiare e vivere all’estero è conoscere cose che un tempo ignoravamo; il brutto, è che una volta che quelle cose le avrai fatte tue, sarà sempre più dura allontanarsene. Proprio come quando ce ne andiamo di casa per la prima volta, con il cuore colmo di paure e incertezze.

Tutto questo (lunghissimo e noiosissimo post) per dire che ho comprato un biglietto per tornare in Italia! Non definitivamente, ovvio, ma soltanto per una breve vacanza, dato che l’anno accademico si è concluso il mese scorso e le lezioni non riprenderanno prima di aprile. Sarò in Italia dal 6 al 21 marzo. Spero di ricaricare le batterie al massimo in quei giorni!

A presto.

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Di come sono finita qui. Ovvero: come e perché ho scelto di partire per il Giappone.

Credo sia giunto il momento di raccontare cosa mi abbia spinta a tornare all’università a *coff* vent’anni *coff* e dare il via a quest’avventura.

Presi la laurea triennale in Lingue e Culture dell’Asia Orientale nel 2007 e mi iscrissi subito al biennio successivo. Ciononostante, non ero sicura di aver fatto la scelta giusta: non mi sentivo pronta per ricominciare a studiare, non avevo la forza di volontà né la maturità necessarie per mettermi a scrivere una tesi di laurea (una vera, non la paginetta in giapponese che avevo dovuto scrivere per la triennale), volevo vedere cose nuove, viaggiare e fare esperienze. Mi ritirai poco dopo e nel 2009, dopo aver lavorato e messo da parte un po’ di soldi, partii: destinazione Giappone.

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Avevo sempre amato il Giappone, fin da piccola: avevo familiarizzato con le sue stranezze attraverso i manga; apprezzato il fascino della lingua con le canzoni di Ayumi Hamasaki e dei L’Arc~en~Ciel; adorato la letteratura e la filosofia grazie alle lezioni universitarie; mi ero innamorata dei suoi paesaggi e delle sue attrazioni tre anni prima quando, insieme ad alcuni compagni di corso, vi avevo trascorso alcuni mesi, tra poco studio e molti divertimenti. Ma questa nuova esperienza seppe insegnarmi molto di più: imparai a conoscere veramente il paese che avevo sempre amato, nel bene e nel male; iniziai a capire il suo popolo e a comunicare con le sue persone; ebbi la meravigliosa opportunità di vivere a stretto contatto con persone provenienti da ognuno dei cinque continenti e confrontarmi con loro, le mie amiche Y. (taiwanese), K. e S. (coreane) su tutti. Ma soprattutto, potei assaporare pienamente la bellissima sensazione di sentirsi “straniero in terra straniera“. Sì, avete capito bene: adoro vivere in un paese straniero con la consapevolezza che non sono gli altri ad essere diversi, ma sono io; apparire così visibilmente “estranea” e dimostrare di sapermi integrare e adattare alla vita e alle regole altrui, di volerle capire, mi trasmette un senso di serenità. Mi sento semplicemente a mio agio, ed esattamente nel tipo di situazione in cui la maggior parte delle persone tenderebbe a sentirsi a disagio; che ci vogliamo fare, a ognuno il suo.

Quando, a distanza di un anno, tornai in Italia, dovetti scontrarmi con l’immenso vuoto lasciato da quella che era diventata “la mia realtà speciale” e che improvvisamente non lo era più, e non fu facile. Certo, ero felice di poter rivedere la mia famiglia, gli amici e il mio ragazzo, eppure sentivo che mi mancava qualcosa.  Ogni notte sognavo di ritornare a Tokyo, ma non si trattava di “un altro viaggio”; in ogni sogno che facevo venivo in Italia per salutare i miei cari, con la certezza di far ritorno dall’altra parte del mondo di lì a poco, e così facevo. Tornavo sempre, e tornavo sempre nella stessa città, nella stessa casa, allo stesso lavoro part-time, insieme alle stesse persone che mi avevano tenuto compagnia in quei dodici mesi.
L’essermi sentita sempre fuori luogo nel piccolo paese in cui sono nata e cresciuta, l’averlo sempre, per tutta una vita, desiderato abbandonare, senza dubbio non mi fu d’aiuto. Come di certo non aiutarono i numerosi problemi di salute con cui dovetti fare i conti a quel tempo, impossibilitata a dedicarmi a qualsiasi altra cosa.

Mi ci vollero quasi due anni per riprendermi, e fu allora che decisi di partire per Londra. Sentivo che non potevo stare dov’ero, che dovevo tentare qualcosa per dare una svolta alla mia vita, e forse la grande capitale sarebbe potuta essere la scelta ideale.
Così non fu. Amavo Londra, e i pochi mesi che vi trascorsi mi aiutarono a innamorarmi del popolo inglese; tuttavia, c’era qualcosa che non andava. Sentivo la mancanza del mio ragazzo e della mia famiglia come non mi era mai successo prima, e forse iniziavo a rendermi conto che partire per un luogo casuale, per fare un lavoro qualsiasi al solo scopo di mantenermi in vita, nella speranza di poter un giorno “fare di meglio”, non era una scelta così interessante come si mostrava inizialmente. Di certo, non valeva la pena sacrificare tutto per questo.

In quel periodo trovai lavoro in Italia. Non era il lavoro della mia vita, per dirla tutta era un lavoro che non avrei mai voluto fare, ma contavo di liberarmene il prima possibile. La cosa veramente importante era che mi sarei trasferita a vivere con il mio ragazzo, e che questa stabilità avrebbe potuto giovarmi in qualche modo.
Ancora una volta mi sbagliai. Quel lavoro rappresentò per me una croce più grande di quanto sarei mai riuscita a portare sulle spalle, e più le persone che mi circondavano mi dicevano quanto fossi stata fortunata, più mi sembrava di sprofondare in un baratro senza fine.
Il tempo passava, il lavoro sembrava avviarsi sempre più verso qualcosa di duraturo e anche liberarsene non si dimostrò facile come speravo. Per me, che avevo sempre amato scrivere, disegnare, fantasticare su cosa vivesse e che forme avesse l’universo al di là del nostro sistema solare, ritrovarmi a fare un lavoro che mi vedeva ferma in piedi per delle ore a ripetere le stesse parole come un robottino, insieme a colleghi che: “Ma «I miserabili» non era qualcosa tipo… un libro?”, no, quella non poteva essere la vita che mi si prospettava davanti. Non era questo che avevo sempre immaginato. E intanto vedevo i miei amici fare le cose che amavano ed esserne felici, mentre io, ogni giorno che passava, sentivo sempre più di aver fallito tutto nella vita, di aver rovinato tutto e di averlo fatto con le mie mani. Fu un periodo terribile, ero depressa, sempre nervosa, e tutto questo non faceva che minare il rapporto con il mio ragazzo, che si andava via via deteriorando.
Ci pensai a lungo. In quei giorni, mi rifugiavo nei libri, nelle canzoni, nei libri di storia, nelle storie altrui; cercavo di capire cosa non andasse e cosa avrei dovuto correggere. Per almeno dieci anni avevo sempre continuato a dire che avrei voluto lavorare con il giapponese, ma quando mi chiedevano cosa effettivamente avrei voluto fare mi rendevo conto di non avere una risposta concreta. Finalmente la trovai, e mi resi conto di averla sempre avuta davanti agli occhi.

Godzilla_con_la_cartina_geografica_del_Giappone

La foto non c’entra, ma mi sembrava semplicemente divertente. Presa da http://nonciclopedia.wikia.com

A settembre ho ripreso l’università (il biennio magistrale), consapevole che questa sarà la mia ultima possibilità. So che quello che voglio fare richiede impegno, e un bel po’ di studio sul campo; non sarà facile, soprattutto dal punto di vista economico, ma ho scelto di farmi carico di ogni responsabilità e tentare tutto ciò che è in mio potere.
E così ho iniziato a studiare con tutte le mie forze, sono riuscita a superare tutti gli esami del primo anno con il massimo dei voti (cosa inimmaginabile per la me stessa di qualche anno fa), ho partecipato a un bando che proponeva scambi con alcune università giapponesi e sono stata selezionata con il punteggio più alto, e un paio di settimane fa ho ricevuto la conferma di una borsa di studio da parte di un ente giapponese.

Ogni tanto ci ripenso. Ho odiato davvero molto quel lavoro, ogni singolo giorno per me era uno strazio, nemmeno la relativamente buona busta paga riusciva a consolarmi; l’ho odiato così tanto che il mio cervello sembra averlo quasi completamente rimosso, come una macchia cattiva da lavare via. Di una cosa soltanto sono esso grata: di avermi aiutata a crescere e a trovare il coraggio di reagire, di provare a fare quello che davvero voglio fare.
Giusto ieri mi è arrivata la lettera di accettazione da parte dell’università che mi ospiterà. Negli undici mesi che vi trascorrerò, voglio approfondire la lingua moderna, così come studiare la letteratura e la lingua classiche. Da domani, mancheranno soltanto due mesi alla partenza!