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Giorni dal #92 al #129: Mami monogatari – L’ospedale

Chi non muore si rivede, diceva qualcuno. E infatti rieccomi qui!
Sono stati giorni un po’ pieni e, tra il mio (assente) sistema immunitario e gli impegni di vario genere, c’è sempre stato qualcosa a impedirmi di sedermi al pc con tutta calma e scrivere un post per il blog – dicono (?) che avrei bisogno di un tablet…

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Ed eccomi, giapponesizzata per il concerto!

Anche se ormai è iniziato da un po’, voglio augurare a tutti un felice anno nuovo!
Come avete trascorso le feste? Io ho festeggiato il Natale nella migliore delle tradizioni nipponiche: non festeggiando. Perché il Giappone non è un paese cattolico e qui il Natale si risolve in una “brutta copia” di San Valentino. Il Capodanno, invece, l’ho trascorso nella migliore delle tradizioni di Mami: ammalata! Sì perché, da che ne ho ricordo, gli ultimi dell’anno che nella mia vita ho avuto modo di trascorrere da perfettamente sana, credo di poterli contare sulle dita di una mano. Quest’anno però avevo in programma un concerto cui tenevo tantissimo e che ho atteso per cinque anni, così ho deciso di ignorare tutti i segnali di allarme rosso inviatimi dal mio corpo, armarmi di mascherina da brava (non) giapponese, e uscire. E lo stesso ho fatto per la maggior parte dei successivi sei giorni, dato che il mio ragazzo si trovava a Tokyo. Ne consegue che il settimo giorno, quando il mio ragazzo è ripartito e io ho avuto addirittura il coraggio di pensare: “Mi sembra di stare meglio“, il mio corpo, per tutta risposta, mi abbia premiata con un bel 38.5 di febbre. Evviva!

Ovviamente ho cercato di ignorare la cosa fingendomi un studentessa volenterosa e rimanendo alzata fino alle 2 di notte per preparare il power point per la presentazione in classe del giorno seguente e imparare tutti quei simpatici kanji su cose molto divertenti, “emorragia cerebrale” ad esempio. La mia devozione, neanche a dirlo, non è stata premiata e l’indomani non mi reggevo in piedi per colpa della febbre. I programmi della giornata, così, sono cambiati: destinazione ospedale! Ed è qui che ha inizio la nostra storia…

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Giorni dal #55 al #87: E intanto in Giappone…

…è arrivato l’autunno…

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…e anche il Natale (e con lui l’inverno)!

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Un’infelice panoramica dell’ingresso del dormitorio in cui vivo

Mi sono assentata dal blog per un po’, lo so e chiedo scusa; è stato davvero un periodaccio…

Ma gli esami di metà semestre sono finalmente andati (bene) e la certificazione linguistica pure (un po’ meno bene), così questa settimana per festeggiare ho deciso di concedermi un appuntamnento con il mio amico immaginario! È una brava persona: simpatico, per niente invadente, gli piacciono le stesse cose che piacciono a me, e non ha da ridire quando faccio qualcosa che ad altri potrebbe annoiare o dar fastidio. Insomma, c’è chi per sfogare lo stress ha bisogno della compagnia e chi, come la sottoscritta, sente la necessità di stare tra sé e i suoi pensieri.

Così mi sono fatta qualche oretta di passeggiata e shopping tra le strade di Shibuya e Harajuku. Da quando sono arrivata a Tokyo a settembre, non ci sono quasi mai passata per questi quartieri, e pensare che un tempo ero sempre qui. Devo ammettere che non mi fanno più lo stesso effetto: una volta mi sembravano il centro del mondo, oggi li vedo soltanto come un’accozzaglia di cose e persone e tanta, tanta confusione. Certo, curiosi e interessanti, ottimi per lo shopping, ma nulla di più. Commesse dalla voce stridula che urlano da una parte all’altra della strada, musica a volumi improbabili che esce dai negozi, sconosciuti che ti rincorrono per chiederti di prestarti come modella per il loro studio (sì, succede; e sì, mi è successo proprio quel giorno), gente che entra ed esce da ogni dove, e ancora gente, gente, gente, gente…

Amo le città affollate, adoro quella sensazione che si prova stando lì, in mezzo a milioni di persone, sentendosi come se si fosse completamente liberi e distaccati da tutto ciò che ci circonda, perché in fondo è proprio così: nessuno ti guarda, nessuno sa chi sei, nessuno si cura di te. A meno che tu non sia a Shibuya o ad Harajuku, centri della moda giovanile tokyota.

Che dire, succede anche questo. Gli anni passano, si cambia; probabilmente mi stupirebbe maggiormente il sentirmi ancora attratta da luoghi come questi. E non perché improvvisamente ne sia  diventata intollerante, ma semplicemente perché per me non rappresentano più “casa”, come avrebbero potuto fare un tempo.

E poi ci sono sempre le eccezioni…

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Ebbene sì, Sailor Moon, il mio idolo fin da quando ero bambina!

Da domani avrà inizio una nuova settimana e si ritornerà sui libri, questa volta con il pensiero fisso sulla tesi e i miei progetti di ricerca futuri. Inoltre, tra una settimana sarà qui il mio ragazzo, e questo vorrà dire andare in giro a riscoprire un po’ alla volta la Tokyo che ho dimenticato. Sicuramente troverò molti spunti interessanti per il blog, per cui aspettatemi qui buoni buoni! 😉

E ora vi saluto e torno a studiare, ma non prima di avervi presentato i miei nuovi compagni di “giochi”:

Tadaaan! Buono studio a me!

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Giorni #53 e #54: Il sogno di chi?

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@shjsoul on twitter

Leggevo questo post dedicato a Elizabeth Gilbert e l’ho trovato di grande ispirazione.

Ci siamo mai chiesti perché facciamo quello che facciamo? Stiamo inseguendo il nostro sogno? Stiamo vivendo il sogno di qualcun altro? O ci stiamo semplicemente accontentando?

Tante volte, nella mia vita, mi sono trovata a vivere il sogno di qualcun altro; di recente, soprattutto. Gli altri erano fieri di me e di quello che facevo, io mi sentivo solamente sbagliata. E quando ammettevo di non sentirmi a mio agio, mi vedevo trattata come fossi un’ingrata perché non sapevo accettare le buone occasioni che mi venivano offerte, o peggio, mi sentivo rispondere: “Bisogna sapersi accontentare”.

Davvero è così? Per questo veniamo al mondo? Per accontentarci di quello che la vita ci mette davanti? Per far avverare il sogno di qualcun altro che da solo non ha saputo farlo? Per mettere al mondo altre persone che come noi dovranno continuare ad accontentarsi? Una vita non dura in eterno, è inutile negarlo. E quando saremo vecchi e ripenseremo al nostro passato, rendendoci conto di non aver mai realizzato i nostri desideri, di aver sempre assecondato le persone e le situazioni, cosa penseremo della nostra vita? In nome di cosa avremo sacrificato tanto? Per una vecchiaia serena? La vecchiaia non è che una piccola parte della nostra vita; una parte che solo le esperienze passate possono arricchire.

E allora fermiamoci, e proviamo a pensare: per chi stiamo vivendo? Cosa stiamo facendo? È quello che vogliamo? O è il sogno di qualcun altro?
Nessuno può dirci chi dobbiamo essere e cosa dobbiamo fare; nessuno deve porci dei limiti, solo noi possiamo decidere. Cosa ci fa sentire davvero appagati? Vivere nel proprio sogno non è sempre “gioia”, è spesso anche “dolore”. Per ottenere una cosa, bisogna saperne sacrificare altre mille. Ma voltiamoci indietro e proviamo a pensare a cosa è stata la nostra vita. Come ci siamo sentiti quando inseguivamo un sogno altrui? Gli altri si sentivano appagati, e noi? Come ci siamo sentiti quando abbiamo faticato, ci siamo ridotti a uno straccio e alla fine abbiamo raggiunto il nostro scopo?
Se il nostro obiettivo è quello di accontentare chi ci circonda, nessuno avrà da ridire, possiamo continuare per la nostra strada. Ma se il nostro obiettivo è un altro, possiamo solo inseguirlo. Sarà un cammino lungo e insidioso, ci scontreremo contro mille ostacoli, sbatteremo la testa, cadremo mille volte, ma più grande sarà lo sforzo che compiremo per giungere a destinazione, maggiori saranno la gioia e la soddisfazione che proveremo una volta tagliato il traguardo.

Non esistono un tempo e un luogo ideale, ma solo un “io” ideale, e quello dobbiamo trovarlo da soli e iniziare a costruirlo passo dopo passo.. Non è mai tardi, “tardi” non esiste, è solo un limite che qualcun altro ci vuole imporre. Ma noi non siamo “qualcun altro”. E allora proviamo a pensare a cosa desideriamo, e inoltriamoci lungo il nostro cammino. Forse finiremo col perderci senza giungere mai a destinazione, ma se non partiremo, di sicuro non arriveremo mai.

Questo incoraggiamento è prima di tutto per me.

失ったものはありますか?

それは置いてきたものですか?

後悔をしていますか?

取りに戻る事が出来たらと?

欲しいものはありますか?

それは手の届くものですか?

素直になれていますか?

何故波だはとまらない?

Hai perso qualcosa?

È qualcosa che ti sei lasciato alle spalle?

Ne sei pentito?

Vorresti tornare a riprenderla?

C’è qualcosa che desideri?

È qualcosa che puoi ottenere?

Sei sincero?

Perché le lacrime non si fermano?

(Ayumi Hamasaki, “Love song“)